La storia del Convento
l convento dei cappuccini si trova a cento metri dalle antiche mura di Varazze - delle quali sono tuttora visibili alcuni tratti - e, da un piccolo rialzo, domina la cittadina che si estende in basso lungo la costa. Come quasi tutti gli altri, anche questo sorse per espresso volere degli abitanti, che ne fecero incessanti istanze ai superiori della provincia.
Sin dal 1603, una commissione di varazzesi aveva iniziato una pubblica sottoscrizione, per avere i mezzi necessari per questa costruzione e trovò in tutti lusinghiera accoglienza, così da raccogliere i nomi di oltre settanta oblatori ed un capitale non disprezzabile per allora. Molti, ai quali le condizioni finanziarie non permettevano alcuna offerta, appoggiarono, con la loro adesione, la carità cittadina, testimoniando l’utilità per il paese del nuovo Ordine che avrebbe dato cooperatori al clero secolare poco numeroso; altri promisero la loro opera manuale gratuita per alcuni giorni.
Il comitato promotore, trovata una così incoraggiante accoglienza, rivolse formale domanda al capitolo provinciale che si teneva in Genova l’8 maggio 1609, pregando i padri di accettare l’offerta dei varazzesi la quale venne accolta quasi a pieni voti. Mancava l’autorizzazione della comunità e si ebbe con deliberazione del 6 settembre dello stesso anno. Per ottenere il benestare della curia vescovile di Savona, s’incontrarono non pochi ostacoli. Essa, per togliersi ogni impiccio, ordinò un’inchiesta per conoscere se “l’erezione di detto convento danneggerebbe i padri domenicani pur viventi di limosine”; risultato infondato tale timore, con decreto del 17 giugno 1610, diede il sospirato consenso.
Mentre erano in corso queste trattative, venne a predicare in Varazze l’Avvento del 1609 e la Quaresima successiva padre Colombino da Trino il quale incontrò favore meritando lusinghiere testimonianze di stima. La sua presenza e predicazione contribuirono molto ad affrettare l’inizio dei lavori.
I cappuccini vennero a Varazze e collocarono la croce in una località scelta provvisoriamente, nella speranza di averne un’altra più adatta. La trovarono tre anni dopo: ottenuto un nuovo benestare della curia vescovile di Savona – la quale impose che il nuovo sito scelto restasse, per quanto fosse possibile, lontano dalla chiesa parrocchiale –; verso la fine del 1613 iniziarono i lavori, a presiedere i quali venne chiamato padre Barnaba da Genova in qualità di vicario.
La località definitivamente scelta, chiamata “Valle”, restava poco al disopra della porta sulla via per la frazione di Cantalupo: era proprietà del signor Biaggino Vincenzo; la comprò, per lire duemila circa, il signor Domenico Carlo che poi la cedette gratuitamente ai cappuccini, con la condizione di riprendersela qualora non si fabbricasse il convento o in seguito lo si abbandonasse.
I religiosi non s’interessavano mai della parte amministrativa delle fabbriche; vi figuravano solamente per vigilare che i lavori non eccedessero le norme stabilite dalle regole dell’Istituto. La raccolta delle elemosine, gli acquisti, le permute, le vendite, i contratti, erano affidati esclusivamente ad una commissione – eletta sempre o quasi dalle comunità del luogo e composta dalle più spiccate personalità del paese – ai componenti della quale si dava il nome di “fabbricieri”.
Seguendo questa tradizione, il 27 ottobre 1613, padre Barnaba da Genova, vicario, si presentò al consiglio della comunità adunato in pubblica assemblea, preannunziandogli il prossimo inizio dei lavori per l’erezione del convento e pregandolo nel contempo di eleggere quattro fabbricieri; questi avrebbero dovuto presiedere in seguito alla fabbrica, con l’incarico di raccogliere le elemosine e vigilare sul buon ordine: gratuitamente, perché la ricompensa l’avrebbero ricevuta da Dio. Propose ancora al consiglio che i quattro fabbricieri venissero scelti uno per borgata.
Popolo, autorità e clero si unirono insieme per raccogliere offerte. Il signor Vincenzo Biaggino si obbligò a pagare personalmente parte delle spese occorrenti per la costruzione del coro e Sancta Sanctorum; altri donarono calce e legnami; i più poveri prestarono gratuitamente la manodopera.
Inizialmente i lavori procedettero abbastanza alacremente; quindi, rallentarono, perché i mezzi raccolti erano quasi esauriti. La comunità venne in aiuto dei fabbricieri deliberando, nella seduta del 20 dicembre 1614, di destinare per tre anni il ricavato del bosco della bandita alla costruzione del convento. Alla cospicua elargizione il 15 maggio se ne aggiunse una seconda.
Nel frattempo, mentre procedeva la fabbrica, alcuni padri cappuccini avevano fissato la loro dimora a Varazze e iniziavano la loro modesta missione predicando con la parola, e ancor più con l’esempio, fra l’universale simpatia. Ne sono prova le deliberazioni della comunità, in cui si proponeva di supplicare il padre provinciale per avere padre Francesco da Genova a predicare l’avvento – avendo questi già altre volte predicato con generale soddisfazione – e un padre per la quaresima dell’anno successivo. La forma del convento differiva alquanto da quasi tutti gli altri: a levante la chiesa e a mezzogiorno il convento, formato da un unico braccio a due piani e ad un solo ordine di celle; queste erano 18, comprese alcune destinate agli infermi.
La chiesa, ad una sola navata, dedicata a san Francesco e alla Santissima Concezione, fu consacrata da monsignor Francesco Maria Spinola, vescovo di Savona, il 20 novembre 1639. Al principio, essa non aveva cappelle: si costruì in seguito quella di san Felice da Cantalice, dove si collocò una bellissima tela rappresentante il santo, attribuita al pennello di Frascheri da Bardineto; nel 1667 se ne aggiunse una seconda dedicata a sant’Antonio da Padova, e vi si celebrò la prima messa il 21 giugno. Fu un giorno solenne, perché alla chiesetta dei cappuccini accorsero numerosi fedeli. In quella circostanza molti, che si erano raccomandati al santo di Padova, ottennero grazie.
Il convento di Varazze ha i suoi martiri, caduti gloriosamente sulla breccia nel 1657, assistendo gli appestati. Il terribile morbo non turbò la vita tranquilla della cittadina, su cui aleggiava la protezione di santa Caterina da Siena. Però, non fu così per i piccoli paesi sparsi sulle alture delle colline e dei monti circostanti, dove la peste fece larga strage: solitudine e silenzio regnavano, interrotti solo dai gemiti dei sofferenti e degli impauriti, che fuggivano minacciati dal morbo. Dal convento di Varazze, uscirono tre umili frati, per accorrere in aiuto alle popolazioni vicine colpite dal flagello di Dio. Consolare e assistere centinaia di infelici fu il caritatevole loro compito.
Padre Bernardo da Genova, della nobile famiglia Donati, guardiano del convento, si distinse moltissimo in questa assistenza e, cessato il flagello, tornò sano e salvo alla sua cella. Padre Carlo Maria da Pontremoli si recò a Castagnabuona, dove contrasse il morbo che in pochi giorni lo ridusse alla tomba e fu sepolto presso la chiesa di san Rocco. Padre Paolo Maria da Pontremoli assistette gli appestasti a Stella, dove anch’egli venne ucciso dal morbo. Condivise la felice sorte di questi ultime due, frate Francesco da Finale del quale le cronache dicono soltanto che nella pietosa assistenza terminò la sua vita.
La soppressione napoleonica allontanò i cappuccini da Varazze per quasi otto anni e il loro convento rimase incustodito sino al 1817. Ristabilita la calma nella situazione politica, il popolo chiese il ritorno dei cappuccini, ma si vide fortemente ostacolato da un piccolo partito che aveva aderenti nelle autorità e nel clero. Il signor Giuseppe Damezzano, sindaco della città, amico e protettore dei frati, appoggiato dal vescovo di Savona, lavorò molto in favore di questi, con ottimo successo.
Il 21 agosto 1818, i cappuccini rientravano nel loro antico convento, con la clausola che si sarebbero interessati dell’istruzione pubblica aprendo apposite scuole. Padre Celestino da Sassello fu incaricato dal superiore provinciale di ricevere la consegna “del convento con i due annessi giardini e vigna” e di procedere agli opportuni lavori di restauro.
Pochi anni di tranquillità seguirono a questa restaurazione; poi, vennero le leggi del 1855 che avocarono allo stato i beni delle congregazioni religiose. Mentre i tristi sfogavano il loro odio contro la chiesa con leggi oppressive, questa vedeva proprio in quello stesso anno un risveglio prodigioso di fede.
Nel 1883, morto padre Cristoforo, il consiglio comunale chiamò a succedergli padre Feliciano Revelli da Taggia. Ottimo religioso, alla bontà dell’animo, univa zelo per la gloria di Dio e spirito di intraprendenza; per queste sue doti, fece gran bene al convento, specialmente nella minacciata invasione colerica del 1884, provando alla città quale gentilezza d’animo avesse. Il sindaco a nome della giunta gli scrisse una lettera manifestandogli il timore che il colera, serpeggiante nelle città vicine, raggiungesse anche Varazze e, quindi, lo pregava, nel caso tale sciagura si verificasse, di occuparsi, insieme ai suoi religiosi, dell’assistenza dei colerosi. Padre Feliciano rispose prontamente che, nonostante i suoi religiosi fossero in età avanzata, “erano però oltremodo lieti di prestare la loro assistenza agli infetti dal colera, qualora il Signore venisse a visitare con tale flagello”. La risposta letta in consiglio, gli valse la riconoscenza del sindaco e della commissione sanitaria, la quale “fece plauso e tributò i più vivi encomi per lo spirito di carità ed abnegazione per la sua offerta generosa”.
Nel 1872 il municipio, rimasto proprietario dello stabile dei cappuccini, smembrò dall’orto annesso un’area in cui innalzò un vasto edificio, ad uso delle scuole civiche, affidandone la direzione ai salesiani; parte del convento fu destinato a lazzaretto, in caso di epidemia. Nel 1894 monsignor Luigi Cerruti, fratello del vescovo di Savona, comprò dal municipio il convento e ne fece dono ai cappuccini.
Le variazioni apportate al convento nel corso della sua storia sono state pochissime. Negli ultimi mesi del 1905, alle cappelle di sant’Antonio e di san Felice, per iniziativa di padre Atanasio Rossi da Voltri, se ne aggiunsero altre due, dedicate la prima a Nostra Signora di Lourdes, la seconda a san Francesco d’Assisi. Al loro posto si trovavano già due altari, ma la loro posizione urtava troppo con le linee più elementari di simmetria: specialmente la grotta di Nostra Signora di Lourdes, dovuta a padre Andrea da Varazze, in cui egli aveva collocato una statua della Vergine, donata da padre Alessandro da Varazze quando questi dovette allontanarsi da Tunisi, sporgeva per alcuni palmi nella platea della chiesa. Padre Atanasio realizzò l’idea di internare entrambi gli altari utilizzando lo spazio disponibile, con qualche piccola aggiunta dalla parte del convento.
Nella chiesa si conservano tele pregevoli. Il quadro di san Felice da Cantalice, nell’ancona della cappella omonima, è del pittore Frascheri di Bardineto; nel coro, la tela dello stesso santo, è un acquarello attribuito allo Strozzi; egualmente nel coro, il quadro di Gesù morto, si crede opera del Cambiaso. In fondo alla chiesa c'è una pittura di san Filippo Neri, di pittore ignoto; si segnala anche il quadro dell’ancona all’altare maggiore, rappresentante l’Assunta.
Tra gli illustri religiosi che abitarono il convento vi fu padre Cristoforo Rebagliati, nato a Gameragna il 4 marzo 1800, che trascorse a Varazze quasi tutta la sua lunga carriera. Una generazione intera godette i benefici del suo grande zelo. Umile e raccolto non pensava che a Dio e alla salute del prossimo. Rigoroso con sé e penitente, sapeva far amare Dio, attraendogli le anime con dolcezza e soavita e... quante ne ricondusse sulla strada del paradiso! Il popolo soleva chiamarlo il padre santo. Tale lo rendevano la vita esemplare e di preghiera. Tutti lo amavano, lo riverivano come persona di Dio, a gara facevano acquisto dei suoi consigli.
Coloro che ebbero la fortuna di averlo come maestro e confessore, ricorderanno per tutta la vita, con grata riconoscenza, le belle maniere, le affabili parole, le sante esortazioni che gli uscivano dal labbro come santo fuoco che infiammava.
Alla sua morte, avvenuta il 13 marzo 1883, Varazze fece lutto. Si vide allora quanta stima si era conquistato con l’assiduità al confessionale, con l’assistenza agli infermi, con la sua edificante vita nei 33 anni che dimorò fra i varazzesi. Furono chiusi i negozi, deserte le officine; nel giorno della sua sepoltura, Varazze ebbe l’aspetto di una città colpita da una grave sventura. Ogni cosa che gli fosse appartenuta, era contesa con avidità. Esposto il cadavere nella camera mortuaria, fu un continuo accorrere di persone di ogni età e condizione, per vedere e baciare, per l’ultima volta, la mano al caro defunto. Si fecero a pezzi gran parte della tunica e gli fu tolta la coroncina; del suo cordone si fecero cento pezzettini. Tutti vollero accompagnarlo all’ultima dimora, nel loro cimitero; sulla tomba gli amici gli eressero una statua di marmo, di grandezza naturale.
Altro illustre religioso è padre Silvestro Calleri da Salea, piccolo paese nella valle di Albenga, dove nacque l’8 dicembre 1814. Dopo qualche anno dalla sua ordinazione, venne mandato di famiglia nel convento di Varazze e vi restò 47 anni.
Non è facile descrivere il bene che qui fece durante la lunga permanenza. Egli visse la vera vita cappuccina fatta di solitudine, di preghiera, di umile lavoro e di zelo ardente. Era una figura simpatica padre Silvestro! Un profilo di cappuccino austero all’apparenza, tutto bonarietà e dolcezza nel tratto, nello sguardo tutto vita. La capigliatura bianca, la barba bianchissima che gli scendeva folta e lunga sul petto, la fronte spaziosa, solcata di rughe, gli davano un aspetto venerando.
I quarantasette anni della sua permanenza a Varazze furono una missione, non avvertita ma feconda, compiuta nel tribunale di penitenza di continuo affollato.
Dopo il confessionale, si ritirava nella cella, raccolto nella meditazione e nello studio. Dal monastero non usciva mai, se non per assistere gli infermi.
Amato e compianto, terminò la sua carriera mortale, lasciando di sé indelebile ricordo. I varazzesi gli tributarono solenni onoranze funebri nella collegiata di sant’Ambrogio il 31 marzo, nelle quali il prevosto Luigi Craviotto tessé l’elogio funebre. Sulla porta maggiore della chiesa era posta la seguente epigrafe: Al Padre Silvestro – Religioso Francescano – di – specchiata virtù – e – di zelo ardente illuminato – Varazze riconoscente – prega – pace e luce perenne.
Dei padri varazzesi che illustrarono il patrio convento, due particolarmente hanno lasciato carissima memoria.
“Chi non ricorda la bella e simpatica figura di padre Andrea da Varazze cappuccino?”: scriveva un giornale di quella città.
Anima nobile e grande, quanto umile e modesta, passò per le belle contrade d’Italia portando ovunque il suo zelo apostolico, la sua inesauribile facondia. I pulpiti più illustri, come le più modeste chiesuole di campagna, furono il teatro della sua attività; la morte lo colse immaturo, mentre, lontano dai dolci colli nativi, chiedeva alle acque minerali quella salute che gli avevano distrutto le lunghe fatiche.
A questo segue un altro cappuccino varazzese, sceso nel sepolcro sul cadere del 1913. Egli fu l’apostolo di Biserta, ove stette missionario oltre vent’anni; poi, per altri dieci anni, faticò nelle missioni svizzere. Alla sua morte, un giornale di Savona riportava: “Noi savonesi amaramente ne rimpiangiamo la perdita poiché, il padre Alessandro Recagno, durante la sua non breve permanenza nel Convento della nostra Città, esercitò tra noi un vero apostolato di abnegazione e di sacrificio.
Chi non ricorda infatti l’umile Cappuccino, l’intrepido missionario che dopo aver compiuto miracoli di carità a Biserta, ritornato in Patria, quando la Francia volle sostituire i missionari francesi a quelli italiani, e mandato a Savona, divenne l’amico, il consolatore di tanti infelici oppressi da dolori fisici e morali ed ai quali fu ognora prodigo di suggerimenti, di consigli, di aiuti?
Poiché il padre Alessandro, quantunque non laureato, pure per la scienza di cui era largamente fornito in medicina, per la sua non comune esperienza, era in grado di arrecare sollievo agli sventurati che alla sua opera disinteressata ricorrevano per ottenerne giovamento.
Alla porta del Convento mai batteva invano chiunque avesse cercato del padre Alessandro. Non appena il campanello aveva squillato, ecco comparire sulla soglia il venerando apostolo di Biserta al quale le autorità turche stesse avevano fregiato il petto di numerose medaglie e decorazioni guadagnate sul campo della carità cristiana dall’infaticabile missionario che molte volte aveva esposto la vita negli ospedali e segnatamente a Biserta dove il vaiolo, la difterite ed il colera in specie decimavano quelle popolazioni.
Oh! Noi li ricordiamo i pellegrinaggi di doloranti avviatisi per l’erta dei Cappuccini, verso l’umile religioso, dove il buon monaco s’indugiava nel raccoglimento e nella preghiera; abbiamo assistito più di una volta al ritorno di tanti infelici che parevano trasformati dopo essersi trattenuti col zelante missionario ed aver ricevuto da lui lenimento ai loro dolori. Solo Iddio può enumerare il bene immenso operato dal padre Alessandro – meritamente appellato medico delle anime e dei corpi – ai traviati a Lui ricondotti dal suo zelo infaticabile, dal suo cuore grande e generoso.
L’anima nostra è ripiena di tristezza, pensando alla dipartita del buon padre che tanto bene operò durante la sua vita mortale. Varazze, che gli diede i natali, ne accolse con venerazione la salma, alla quale rese funebri solenni onoranze.”
Questi nostri confratelli, formano la vera gloria del chiostro in cui vissero, santificandosi e santificando quanti loro si avvicinavano. Il bene da essi compiuto nelle anime, dà ancora oggi in abbondanza fiori e frutti. La loro memoria vive in benedizione presso i religiosi e presso i cittadini e resta a questi e a quelli un eccitamento fecondo di bene.
Per quanto concerne la storia più recente, la Provincia Cappuccina di Genova ha ceduto nel 1973 il convento a padre Michelangelo Falcioni, come residenza estiva per le opere sociali di Domodossola. Nel 1988 era passato in comodato alla Provincia Cappuccina di Alessandria che lo tenne fino alla fine di gennaio del 2000.
Da questo periodo fino alla fine di luglio del 2001, non essendoci frati, il convento era abitato da un custode. Le Messe festive erano comunque celebrate dai frati cappuccini che venivano appositamente da Genova.
Per mancanza di frati, dovuta a carenza di vocazioni, agli inizi di agosto del 2001 padre Mariano Testa (allora superiore dei frati cappuccini della Liguria), ha lasciato in comodato la gestione della struttura all’Ordine dei Padri Missionari “Araldi della Buona Novella”. Tutt’oggi la loro presenza nel convento, insieme al gruppo dell’Ordine Francescano Secolare (O.F.S.), al gruppo degli Alpini di Varazze Sezione A.N.A. di Savona, al “Gruppo Cantori Cappuccini” e ad altri fedeli e volontari, grazie a Dio, fino ad ora ha salvato le sorti di uno dei luoghi di fede più cari ai varazzesi.
[ P. F. Zaverio Molfino - © Tipografia Della Gioventù, Genova - 1906 ]
[ Convento Cappuccini Varazze – cronache recenti dal 1999 al 2009 ]

