Maria Diomira del Verbo Incarnato (1708-1768)
Maria Teresa Serri (Maria Diomira del Verbo Incarnato) nacque a Genova, il 23 febbraio 1708, da Giovanni Serri e Teresa Curri, entrambi originari della Svizzera.
La sua infanzia fu contrassegnata da un intenso desiderio di sapere, pregare e soffrire. A tre anni andava a scuola con la sorella e fin d'allora amava passare parecchio tempo ritirata nella sua cameretta desiderosa di provare l'esperienza dei dolori di Gesù. Il demonio cominciò a turbarla con tentazioni e, nel suo stesso ambiente, non le mancarono i dileggi, riuscendo poco comprensibile che una bambina fosse così solitaria e scrupolosa. Compiuti gli otto anni, con la famiglia si trasferì in Svizzera per un breve soggiorno, prima a Zug e poi a Friburgo. Il padre, che esercitava l'ufficio di alfiere, ritornò a Genova; invece, la moglie e i figli si trattennero più a lungo. Fu in questo periodo che Maria Teresa poté fare la prima comunione tornando successivamente con la famiglia a Genova.
La giovinetta non andò più a scuola, ma in casa apprese il ricamo dalla sorella. Di giorno in giorno il crocifisso diventava il suo libro preferito. Da Genova la famiglia si trasferì ancora a Pisa; lì, Maria Teresa ebbe la fortuna di trovare un confessore comprensivo che le permise la comunione quotidiana; poi, casualmente, incontrò un cappuccino che la iniziò alla pratica della penitenza corporale a cui la giovane si era appassionata fin da quando aveva visto un cilicio nelle mani di suo fratello. L'orientamento della sua vita era ormai chiaro, ma in che modo raggiungerlo?
Per due anni dimorò nel monastero delle Benedettine di Pisa che cercarono invano di assicurare alla loro comunità una vocazione così preziosa: Maria Teresa non aveva ancora trovato la sua via. Nel frattempo, mentre si dedicava ad intense opere di carità, le morì il padre. Entrata in relazione con le cappuccine di Città di Castello, queste l'avrebbero accolta più che volentieri, offrendole la cella lasciata vuota da santa Veronica Giuliani la quale era morta poco tempo prima. A risolvere i dubbi della postulante, si racconta che in una visione sarebbe intervenuto lo stesso san Francesco dicendole: "Non a Città di Castello, ma tra le cappuccine di Panano" (presso Nonantola). Ma prima di poter assecondare un tal desiderio dovette sostenere ancora dure lotte contro un fratello e, soprattutto, contro il demonio.
Infine, il 5 ottobre 1730, giunta nel ritiro del monastero e assunto il nome di Maria Diomira del Verbo Incarnato, poteva dirsi ormai temprata per assolvere la missione riservatale da Dio. Le prove del noviziato, che furono anche più gravi per la delicata costituzione della novizia, la rafforzarono ulteriormente. Il suo primo ufficio fu quello di inserviente del refettorio, nel quale si esercitò per cinque anni. Poi, fu nominata maestra delle novizie, carica che ricoprì per nove anni. Quindi fu eletta badessa. Però non tutte le religiose erano contente di lei e il cardinale Albani, in visita al monastero, la rimproverò aspramente di non dare cibo sufficiente alle consorelle e di voler fare economie in vista di non si sa quali lavori. In verità lei esigeva che la regola fosse osservata. I consigli che dava alle sue figlie erano sostanziati di vita interiore, nascevano da profonde esigenze soprannaturali. Dopo un periodo di intervallo, in cui fu incaricata della sacrestia, nella Pentecoste del 1752 fu nuovamente eletta badessa. Ma, in quale modo! Un prelato influente avrebbe voluto che all'ufficio fosse promossa una sua nipote e, all'uopo, un religioso era stato incaricato di predicare gli esercizi e di "orientare" le monache che non mancarono di far ampie promesse. Dallo scrutinio, però, risultò che la nipote del cardinale aveva avuto il solo voto della superiora eletta e quest'ultima i voti di tutte le altre. Il confessore riversò sulla rieletta la propria delusione con un'aspra rampogna.
Nell'anelito verso la perfezione Maria Diomira andava affinandosi; viveva nel tempo e fuori del tempo, purificata dal dolore e dalla penitenza. Per quarant'anni portò sulla carne, dalla parte del cuore, una lunga croce, fornita di trentatré punte aguzze. Se l'ubbidienza la costringeva ad astenersi dalle sue penitenze, lei cadeva in uno stato di debolezza e di prostrazione: segno evidente - diceva - che la volontà di Dio, per lei, era il patire. Ebbe celesti visioni; le più frequenti erano quelle di Gesù in croce e dell'"Ecce Homo". Nella notte di Natale 1767 si sentì ferire da un dardo che le provocò gioia ineffabile e indicibile dolore. "Mio Gesù, mio Gesù!", andava sospirando. Era il preavviso del prossimo definitivo incontro con lo Sposo. La vigilia dell'Epifania cadde malata, chiese il santo Viatico e le fu dato l'olio degli infermi. Il 14 gennaio 1768, assorta in una visione della Sacra Famiglia e dell'Angelo custode, morì serenamente. Dopo la morte sul suo corpo ritornarono visibili le stimmate che aveva avuto prima di entrare in monastero.
Leone XIII ne introdusse la causa il 21 dicembre 1901. Iconograficamente viene rappresentata con le stimmate e la corona di spine, il Crocifisso e il rosario in mano.
Suor Maria Diomira del Verbo Incarnato è attualmente Venerabile.
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]