Claudio Granzotto (1900-1947)
Se non si fosse fatto frate, Riccardo Granzotto (in religione Claudio), con la scultura avrebbe potuto fare una fortuna perché ci sapeva fare. Ricavava dal marmo, con consumata maestria, tutto quello che la fantasia gli dettava. Le sue opere erano di ispirazione neoclassica, create cioè secondo i vecchi canoni che volevano l'uomo e la natura ritratti nel loro apparire. Oggi la scultura e l'arte in genere, hanno preso altre strade. Ma il professor Granzotto (il titolo l'aveva guadagnato a pieni voti all'Accademia di Belle Arti di Venezia), agli allori della gloria e ai vantaggi economici, aveva preferito il silenzio di un convento, sia pure raggiunto in un'età non più giovanissima.
Nacque a Santa Lucia di Piave, piccolo borgo nel trevigiano, il 23 agosto 1900. I genitori si chiamavano Antonio Granzotto e Giovanna Scotton. Era il settimo ed ultimo dei figli di un'umile famiglia di artigiani, abituata a fidarsi più della provvidenza che dei propri mezzi materiali.
Venne battezzato con il nome di Riccardo Vittorio; come i fratelli ebbe un'educazione semplice, lineare ma sostanziosa, alla veneta: cioè tutta concretezza e poche illusioni. Infatti, il piccolo Riccardo, interrotti gli studi alla terza elementare, fu avviato al lavoro.
Iniziò a lavorare nella bottega di un calzolaio e, poi, a tredici anni fu assunto da un cugino come garzone in una falegnameria dove rimase solo un anno. L'unico campo in cui riusciva a meraviglia era la pittura e la scultura che, però, secondo il parere di allora, non sarebbero bastate per garantirgli il pane quotidiano. Quindi, venne assunto come muratore dal fratello maggiore Giacinto che aveva un'impresa edile. Però uno di quei sogni che aveva accantonato nel cassetto tornava spesso a rifarsi vivo: gli piaceva modellare e, quando ci provava, dalle mani inzaccherate gli uscivano piccole cose di una certa bellezza.
Aveva solo 17 anni quando il bando Cadorna lo precettava per un servizio paramilitare, espletato prima a Susegana e in seguito a Isola Vicentina. Ma il suo sogno gli frullava sempre nella testa... un sogno impossibile perché in quel periodo l'Italia e il resto dell'Europa si trovavano nella morsa di una guerra che ne succhiava ogni energia fisica e morale. Al termine del conflitto fu congedato, ma subito richiamato in servizio di leva che effettuò a Roma, Napoli, Bologna e in Albania.
Nel 1921, congedato definitivamente dall'esercito, fece ritorno a casa e riprese il lavoro di muratore; però, tutte le ore libere le dedicava a modellare, ottenendo lavori che suscitavano l'ammirazione degli amici.
Tra gli estimatori di Riccardo c'era anche il parroco, don Vittorio Morando: egli aveva capito che a guidare le mani di quel ragazzo c'era un'istintiva passione e un grande talento. Il giovane Granzotto aveva della stoffa, dei talenti che bisognava far fruttare. Così il bravo parroco si diede da fare per farlo entrare in una scuola d'arte di Conegliano, in provincia di Treviso: primo passo di un curriculum scolastico che lo portò successivamente al liceo artistico di Venezia e poi all'Accademia di Belle Arti, dove si laureò a pieni voti.
Laureato, si mise a lavorare di buona lena, dando sfogo a una fantasia che per tanti anni aveva represso. Tra i primi lavori usciti dalle sue mani: L'anima e la sua veste, L'acquasantiera (nella chiesa parrocchiale di Santa Lucia), La disperazione di Giuda. Lavori apprezzati che gli consentirono di riempire l'agenda di commissioni. Uscivano così dalla sua bottega I due angeli per la chiesa di Salzano, La principessa Bibesku di Rumenia e altre opere.
Ma da tempo qualcosa stava avvenendo dentro di lui: la grazia di Dio lo stava lavorando. I soggetti religiosi non erano solo una risposta alle esigenze dei richiedenti, ma la trasposizione plastica delle sue idee, delle sue riflessioni, della sua fede, della sua pietà, sull'onda di un'ispirazione approfondita nella preghiera. In quel periodo, passava molte sue notti in preghiera, nella chiesa parrocchiale. Pregava interrogandosi su che cosa avrebbe fatto della sua vita: la sola scultura in sé, seppure appagante, non poteva riempirla tutta.
Come spesso accade nelle esperienze spirituali, trovò la sua strada partendo da una sconfitta personale. Aveva vinto un concorso per la realizzazione di un'opera destinata a ornare il Foro Italico - una realizzazione del regime fascista -, ma poi la sua opera, La volata, venne respinta solo perché nel frattempo la commissione aveva arbitrariamente cambiato i criteri di scelta delle opere. Il professor Granzotto si rese conto che quel mondo, con le sue beghe e i suoi giochetti di furbizie e perfidie, non era fatto per lui. Cominciò a essere attratto dalla semplicità della vita francescana; la studiò e alla fine il fascino fu tale che decise di farsi lui stesso francescano.
L'occasione che fece maturare la sua scelta fu un quaresimale, nel 1932, predicato nella sua parrocchia dal frate francescano Amadio Oliviero. Prediche convincenti, tanto che Riccardo volle incontrare il predicatore per confidargli i suoi dubbi e le sue aspirazioni. Tra i due s'instaurò una forte amicizia e Riccardo ebbe l'occasione di conoscere dal vivo e più a fondo il francescanesimo. Il resto fu inevitabile.
Quindi, il 7 dicembre 1933 entrava fra i frati del convento di San Francesco al Deserto, nella splendida e romita isoletta della laguna di Venezia, cambiando il nome (segno del nuovo cammino intrapreso) di Riccardo con quello di Claudio.
Durante l'anno di probandato, su proposta dei superiori, costruì la famosa riproduzione della Grotta di Lourdes, a Chiampo. Nel 1935, entrò nel noviziato come fratello laico, non volendo, per umiltà, farsi sacerdote come gli era stato proposto. Nel noviziato si distinse per la fedele osservanza ai suoi impegni, per l'obbedienza pronta e docile, per il fervore nel pregare e per la sete di penitenza.
L'8 dicembre 1936, fece la professione religiosa con i voti di povertà, castità e obbedienza. In seguito fu mandato nel convento di San Francesco di Vittorio Veneto, a Treviso, dove diede esempio di vita integra e di grande amore per tutti. Avrebbe voluto fare il questuante, ma i superiori pensarono bene di sfruttare i suoi talenti di artista proponendogli la realizzazione di altre tre Grotte di Lourdes: a Zimella (Verona), a Brognoligo (Verona) e nell'orfanotrofio di Luzzati (Belluno).
Fra Claudio le realizzò da par suo, assieme a tanti altri splendidi lavori alternandoli con i servizi più umili: assisteva ai confratelli malati, serviva le messe, rabberciava i muri dei conventi disastrati dalla guerra, lavava le stoviglie, accudiva gli animali da cortile, aiutava al cuoco e sostituiva il portinaio nelle ore più disagiate.
Era davvero un amico di Dio, avendo appreso che in ogni prossimo c'è la presenza viva di Cristo. Scriveva: "Il mio più grande desiderio è che Tu (Gesù) sia più conosciuto ed amato. Mi farò, come Te, tutto a tutti, aiuterò, consolerò tutti. Mi terrò sotto i piedi di tutti, facendomi il servo di tutti. Vorrei che la mia vita passasse come un granello di sabbia".
Desideroso di vivere solo per il Signore, aveva fatto voto di umiltà, chiedendogli che lo liberasse da ogni sentimento di orgoglio. Leggiamo in un suo manoscritto: "Questo pugno di fango che sono io, lo do a Te, e Tu che sei l'Artefice divino, purificalo come l'oro nel crogiolo: plasmalo e fa di esso come ti pare. Perciò tutte le potenze dell'anima, i sensi del mio corpo, le mie azioni, preghiere e patimenti, in una parola tutto ciò che ho fatto e farò fino al termine della mia vita, sarà a tua disposizione. Con piena confidenza mi metto nelle Tue mani, come uno strumento nelle mani dell'artefice".
Quando si applicava in un'opera d'arte in obbedienza ai suoi superiori, raccoglieva nell'intimo tutte le sue forze e si metteva anima e corpo al lavoro, lasciando trasparire le impronte della sua arte e della sua santità.
Nell'agosto del 1947 fra Claudio cominciò a sentirsi male: un cancro si stava sviluppando nel cervello e non gli avrebbe permesso di vivere ancora a lungo. In precedenza aveva scritto: "Signore, quando mi farai dono delle spine, avrò la certezza che il sacrificio della mia vita è stato da Te accettato" e, in un'altra occasione, "Quando sarò ben disposto e preparato... chiederò al buon Dio un'altra grazia, la quale è il dono più prezioso che Lui possa fare alle anime fedeli Sue, ed è questa: essere crocifisso nel corpo e nell'anima consumandomi incessantemente nel suo martirio di amore".
Morì a Padova l'15 agosto 1947, festa dell'Assunta. Alla beata Vergine Maria aveva chiesto: "O Maria, mia dilettissima Madre, prendimi sotto il tuo manto; custodiscimi, guidami, aiutami, intercedi per me presso il Figlio tuo Gesù, affinché non venga meno alla mia totale e irrevocabile donazione a Lui. Fai, o Madre, che io compia pienamente la missione che alla santissima volontà di Dio piacerà di affidarmi".
Aveva confidato ai suoi: "Mi sono dato tutto a Gesù. Ciò mi è costato tanta fatica... Bisogna lasciarsi lavorare da Lui, altrimenti la nostra vita è vissuta invano".
Le sue spoglie mortali furono dapprima sepolte a Vittorio Veneto e successivamente trasferite a Chiampo e inumate davanti alla grotta che egli aveva costruita in onore della beata Vergine Maria. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 29 novembre 1994. La sua figura è ricordata nel Martirologio Romano il 15 agosto, giorno della sua partenza per il cielo e festa dell'Assunta.
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]