Ceferino Giménez Malla (1861-1936)
Ceferino nacque a Benavent de Segrià, il 26 agosto 1861, nella provincia di Lérida, in Catalogna. Il suo nome deriva dalla forma spagnola di "Zefirino" che è il santo del giorno in cui è nato. I suoi genitori erano zingari dell'etnia Kalé: il padre si chiamava Juan Giménez e la madre Josefa Malla. Visse pure lui da zingaro: girava la regione chiedendo l'elemosina o accompagnando uno zio che vendeva cesti di vimini, o le lumache che raccoglievano assieme ad altri di Kalé. Il suo girovagare non gli permise di frequentare le scuole, che spesso erano un lusso anche per i non zingari, per questo non sapeva leggere e scrivere.
Provò la povertà e la fame, raccontando in seguito: "D'inverno, al mattino, mi lavavo con la neve... Diventavo rosso come un peperone, ma non avevo freddo" e "... tornando a casa dalla vendita, se vedevo il fumo, ero contento perché era pronto qualcosa da mangiare; se non c'era il fumo, le donne non avevano cucinato".
A diciotto anni sposò, secondo il rito dei nomadi, la gitana Teresa Giménez Giménez, alla quale resterà unito per sempre. Non avendo avuto figli, adottò una nipote, Pepita, che allevò e amò come una figlia. Affinché non restasse analfabeta come lui, la mandò in una scuola di suore. Pepita imparò a leggere e a scrivere, a ricamare e a suonare il pianoforte.
El Pelé era di carnagione scura, esperto cavallerizzo, vestiva sempre elegantemente; gli piaceva ballare e quando poteva, insieme alla moglie ingioiellata e avvolta in un ampio e colorito scialle, andava alle corride. Fino ai quarant'anni Ceferino visse da nomade, girando con la moglie per i paesi e le città della Catalogna e dell'Aragona, vendendo cavalli nelle fiere. Era diventato un abile commerciante e alcuni buoni affari gli avevano consentito di accumulare una discreta fortuna e di acquistare una bella casa a Barbastro, vicino ai Pirenei.
In paese divenne amico di tutti, anche dei non zingari Payos. Strinse amicizia anche con Nicolas Santos De Otto, uno stimato professore universitario di diritto civile e canonico, un cattolico impegnato in diverse attività sociali. Ceferino curava i cavalli che il professore allevava nella casa di campagna. L'amicizia, un po' insolita, tra il gitano analfabeta e il famoso professore non mancava di destare stupore. Era però un sentimento forte, reciproco, fondato sulla stima e sulla fiducia: una fiducia tale che la combinazione adottata dal professore per la sua cassaforte era costituita dalle lettere P-E-L-E. Alla fine, quando la fede professata e vissuta dal professor De Otto convinse Ceferino a riflettere sulla propria fede, li unì anche un comune sentire religioso.
El Pelé aveva vissuto secondo la legge gitana. Al contrario degli altri zingari però, che disprezzavano i Payos ritenendosi ad essi superiori ed evitavano qualsiasi rapporto con loro, Ceferino li rispettava e li frequentava; faceva da ponte tra i due mondi, unendo le cose migliori delle due diverse culture. Per questo tutti lo amavano e lo stimavano e, quando per un incauto acquisto fu incarcerato, la cittadina di Barbastro si riempì di nomadi venuti ad assistere al processo del "sindaco dei gitani". Tutti rimasero lì fino al termine del processo, conclusosi con l'assoluzione.
Il 9 gennaio 1912, dopo trentadue anni di vita matrimoniale "alla gitana", El Pelé decise di sposarsi con rito cattolico, a conclusione di quel cammino spirituale iniziato frequentando l'amico professore e le suore della scuola dove aveva mandato Pepita.
Il matrimonio fu il segno più vistoso del suo cambiamento di vita. Da allora lo si vide sempre presente alle funzioni celebrate nelle diverse chiese di Barbastro e agli altri momenti importanti che segnavano alla vita religiosa della comunità; accompagnava il sacerdote che portava il viatico nelle case degli infermi; recitava il rosario con gli anziani della casa di ricovero; radunava i bambini, gitani e non gitani, terra il catechismo... Era diventato l'animatore della vita religiosa di Barbastro, tanto che quando passava per le vie del paese la gente diceva: "Non bestemmiare! Passa El Pelé".
Austero con sé stesso e generoso con gli altri, dava soldi a chi ne aveva bisogno, ma senza farlo sapere. C'era una giovane mamma gitana che non poteva allattare e lui ogni giorno le portava del denaro perché comprasse il latte. Se qualcuno si trovava senza il cavallo per lavorare e gliene chiedeva uno, lui diceva: "Vai nella stalla, prendi la bestia che vuoi, mi pagherai alla fine dei lavori". Se un mendicante bussava alla sua porta, lo faceva salire in casa e gli dava da mangiare. Alla morte della moglie, vendette la casa e andò a vivere in affitto.
Nel 1926, i cappuccini decisero di creare nella chiesa di San Francesco il Terz'Ordine Francescano seclare che fu eretto dopo un triduo di preparazione. Oltre al vescovo della città, si fecero terziari 11 sacerdoti, 33 seminaristi e 114 laici. Quel giorno prese l'abito anche El Pelé il quale, tra tanti terziari laici, fu scelto per essere uno dei 10 consiglieri della confraternita.
Ceferino aveva un grande amore per san Francesco. Lo sentiva molto vicino alla sua gente: nella sua itineranza, nel suo amore per la natura, per gli uomini, per gli animali: tutti fratelli a popolare un mondo pacificato nel nome dello stesso Padre che tutti ama. Come Francesco, uomo di pace e pacificatore, Ceferino aveva una straordinaria capacità di convincere i litiganti a fare pace. Quando insorgevano questioni tra i gitani e tra questi e i Payos, lo chiamavano e lui sapeva sempre trovare gli argomenti giusti per convincerli a stringersi la mano.
Quando il 17 luglio 1936 in Spagna scoppiava la guerra civile, El Pelé aveva settantacinque anni. Violenza e morte dominarono subito il paese. Nel mirino dei comunisti finirono subito la Chiesa cattolica, i preti e i fedeli.
Un giorno un giovane prete di Barbastro fu oggetto di assai poco cortesi attenzioni da parte di un gruppo di esagitati. El Pelé, che aveva una forte personalità, di fronte alla palese ingiustizia, non seppe stare zitto. Si fece avanti e protestò esclamando: "Aiutatemi, Vergine santissima: tanti uomini contro uno solo e per di più innocente!". Quegli scalmanati si voltarono allora contro di lui, lo perquisirono e gli trovarono in tasca un piccolo tagliacarte e la corona del rosario: questo bastò per la sua reclusione in una minuscola cella che in poco tempo si riempì all'inverosimile.
Chi l'aveva arrestato probabilmente riteneva la corona del rosario una segreta e micidiale arma. Infatti, nell'interrogatorio che seguì l'arresto, volevano a tutti i costi che egli la consegnasse: cosa che Ceferino con altrettanto vigore si rifiutò di fare. Ci provò a convincerlo anche un conoscente, presente tra quelli che lo giudicavano, promettendogli: "Se la consegni, ti lasciamo andare". Ma El Pelé fu irremovibile. Il rosario era il simbolo della sua fedeltà a Cristo. Anima gitana! La corona fu solo un pretesto poiché la sua sorte, insieme quella degli altri prigionieri con lui, era comunque segnata.
Nella notte del 2 o del 9 agosto, verso le tre del mattino, Ceferino venne fatto uscire dal carcere e portato nel cimitero di Barbastro. Prima di essere fucilato assieme ad altre persone, tenendo stretta la sua corona del rosario tra le mani, pregò a voce alta e disse "Viva Cristo Re!". Spogliato di tutto ciò che aveva indosso, ammassato con altri in una fossa comune, venne cosparso di calce viva e ricoperto di terra. A guerra finita, non fu possibile identificare la sua salma e così non poté essere sepolto accanto alla moglie. Per la sua vita integra di fede e di amore siglata dal martirio, Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 4 maggio 1997.
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]