Caterina da Genova (1447-1510)
Caterina nacque il 5 aprile del 1447, a Genova, in Vico Indoratori. La piccola apparteneva alla nobile casata dei Fieschi: il loro palazzo principale fronteggia il Duomo e le costruzioni secondarie quasi lo circondano, mentre all'altro palazzo di Via Lata si accede salendo cento gradini tra siepi di rose e di gelsomini. Nel loro albero genealogico si possono leggere i nomi di alcuni papi e di circa quattrocento tra cardinali, arcivescovi e patriarchi, guerrieri e navigatori.
Il papà di Caterina, Giacomo Fieschi, nipote di papa Innocenzo IV, impegnato nella politica della Repubblica Genovese, seppure per un breve periodo, ricoprì anche la carica di viceré di Napoli sotto Renato d'Angiò; morì nello stesso anno in cui la bambina venne alla luce. La madre, Francesca De Negri, la educò secondo i canoni della tradizione nobiliare di allora; in seguito, la indirizzò negli studi letterari dei classici latini e greci, di Dante, Petrarca e Jacopone da Todi, oltre ai migliori autori spirituali e mistici.
"Madonna Caterinetta" - così la chiamavano - cresceva bella di aspetto, intelligente, dimostrando un carattere forte e impetuoso ma allo stesso tempo sensibile. All'età di tredici anni manifestò il desiderio di farsi monaca e di raggiungere la sorella Limbania nel monastero di Santa Maria delle Grazie, trovando però una forte e decisa opposizione da parte di familiari e parenti. I motivi di questa opposizione erano unicamente politici, legati alla particolare situazione storica di quel momento.
Infatti, nel XV secolo, Genova era una delle città più belle, più ricche ma anche più infelici: bella per il suo mare e i suoi colli selvosi; ricca per i suoi commerci e per le folle cosmopolite di mercanti; infelice per le guerre intestine che la dilaniavano e la insanguinavano senza sosta, per la contesa del potere dogale tra le grandi famiglie guelfe dei Fieschi e Grimaldi e quelle ghibelline dei Doria, degli Spinola e Adorno. Le famiglie vincenti eleggevano il loro Doge, mentre le altre si riorganizzavano inventando sempre nuove alleanze per nuove congiure e nuove ribellioni: chi con i d'Angiò di Francia, chi con gli Aragonesi del Regno di Napoli, chi con i Visconti o gli Sforza di Milano. Il dominio di Genova, però, fu quasi sempre nelle mani delle fazioni guelfe.
Per decenni i Fieschi e gli Adorno si erano contesi il potere con tutte le armi in loro possesso, ma ora la politica e il calcolo comportavano una tregua: la sedicenne Caterina sarebbe stata il "mezzo" per raggiungere questo scopo e così, nel 1463, andò sposa a Giuliano Adorno.
Tanto lei era conosciuta per la sua bellezza, innocenza e dolcezza, quanto lui era famigerato per la vita sregolata e il carattere violento. Quando Giuliano non era intento a ordire congiure e ribalderie, si poteva essere sicuri che si affannava a intrecciare relazioni galanti, sperperando denaro nel gioco e dilapidando il patrimonio: non si preoccupava affatto di "Madonna Caterinetta". I primi cinque anni di vita coniugale furono così amari e desolati che la ragazza - come riporta l'antica biografia - "a pena sostentava la vita". Non era compresa nemmeno dalle amiche che le rimproveravano di non sapersi conquistare il marito: ci voleva altro che innocenza e virtù! Doveva imparare a spendere nei salotti e a sfoderare tutte le sue arti di seduzione.
Così Caterina "si diede le cose del mondo, id est: a fare come le altre" - spiega sbrigativamente il cronista, precisando tuttavia: "Non però in cose di peccato" -, diventando l'idolo delle feste mondane.
"Oh me meschina", scriverà poi lei nel suo Dialogo spirituale, "me meschina, che in poco tempo mi trovai tanti peccati e ingratitudine sulle spalle, che mi vidi senza alcun rimedio né speranza di uscirne! Venni poi a tal segno che io mi dilettavo nel peccato, et etiam me ne vantava... Perché io non voleva più solo che cose terrene, e tutto il mio gusto et amore et tutta la mia dilettazione erano solo di cose terrene, e tutto il resto mi puzzava, non ne potevo parlare, mi erano in tanto fastidio, che quello che per il passato mi era tanto suave, mi pareva cibo amarissimo".
Le amiche pensarono dunque d'aver avuto ragione sul fatto che "certe modestie e certe austerità non sono altro che mancanza di occasioni".
Ma, quando un'anima si è veramente innamorata della passione di Cristo - fosse pure per una sola volta nella vita -, Dio non l'abbandona.
Dopo cinque anni passati a stordirsi nei salotti, nelle feste e nelle tentazioni, Caterina si sentì "secha e grave" (inaridita e appesantita). Quando non resistette più, su consiglio della sorella Limbania, andò a gettarsi ai piedi di un confessore; ma non fece in tempo nemmeno ad accusarsi che "subito ricevette una ferita al cuore d'un immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio". Non riusciva nemmeno a parlare. "Padre", disse al sacerdote, "se vi piacese lasseria volentiera questa confessione a un'altra volta".
Tornò a casa immersa in uno sconfinato dolore: "Aveva una tanto estrema contritione di cuore, delle offese fatte a tanta bontà, che se non fusse stata sopportata, sarìa spirata, e crepatoli il cuore, per tanto dolore et amore". Fu allora che le uscì dall'anima quel grido che sarebbe diventato, per i posteri, la sintesi del suo programma di vita: "Oh Amor mio, mai più, mai più peccati!".
Il cammino spirituale che Gesù le fece percorrere fu di una serietà impressionante.
Da principio, per un certo tempo, restò atterrita al pensiero delle sue colpe che sembravano sommergerla. "Sembrava una bestia spaventata", dice il cronista con impressionante realismo. Ma lo spavento si tramutò presto in amore bruciante. "Un giorno essendo essa in casa le aparve nella vista interiore Gesù Cristo incarnato, [portando la croce] tutto insanguinato da capo a piedi, che pareva che dal suo corpo piovesse il sangue per tutto dove andava. E le fu detto interiormente questo: Vedi tu questo sangue? È sparso tutto per tuo amore e per soddisfare [espiare] li tuoi peccati".
Il 24 marzo 1473, vigilia dell'Annunciazione, Caterina volle confessarsi, per poi ricevere l'Eucaristia e ricominciare a vivere come nuova creatura.
Per quattro anni durò in lei il ricordo dei peccati commessi: gemeva e si abbandonava a durissime penitenze, poi si sentiva "tirata dall'amore a riposarsi sul petto di Gesù". Ma questa esperienza d'amore le provocava una sofferenza ancora più profonda. Non era più il pensiero delle singole colpe a tormentarla, ma una coscienza dolorosa della propria condizione di creatura originariamente segnata dal peccato, infinitamente indegna. Non c'era umiliazione che le sembrasse sufficiente.
Poi il ricordo dei peccati le fu tolto: scomparve come la nebbia al sole e la sua coscienza divenne "netta e pura e tutta piena di Dio" ed ella fu tutta assorta nell'amore, sempre più intimo e totale, del suo Sposo divino.
Cominciò a comunicarsi ogni giorno, anche se allora questo appariva come una stranezza e quasi uno scandalo, dato che i cristiani migliori si comunicavano solo tre o quattro volte all'anno. Come riuscisse a comunicarsi tutti i giorni aveva qualcosa di miracoloso, ma le cose si mettevano sempre in modo che ella ci riusciva: "O Signore" - diceva Caterina - "mi pare che, se fussi morta, per riceverti resusciteria".
Sembrava sprofondare sempre più in Dio e tuttavia diventava sempre più attiva e generosa.
Più tardi, nel suo Dialogo spirituale, ella stessa racconterà la voce che Dio le aveva fatto sentire interiormente, per chiederle una disponibilità assoluta: "Voglio ancora che sempre che sarai ricercata per fare opere di pietà, che tu li vada, e così all'infermi e poveri, dove tu fussi dimandata, e che mai non ricusi. E farai tutto quello che io ti darò per istinto, cioè di nettare le brutture che li vedrai, e quando sarai dimandata (etiam che tu fussi a parlare con Dio), lascia tutto, e subito va a chi e dove sarai dimandata, né guardare mai a chi ti cerca né a cosa vai a fare".
Si rese dunque così disponibile e così obbediente ad ogni richiesta che il cronista commenta: "Se fusse stato possibile che una formica le avesse detto che fusse andata a fare alcune opere di misericordia, subito lei li sarebbe andata".
Dagli studi letterari passati, Caterina mantenne la passione per i trattati di spiritualità e mistica, privilegiando in particolare le Laudi del francescano Jacopone da Todi. L'impeto lirico del poeta umbro, così ricco di sentimento mistico, tutto ardore e fuoco, si confaceva alla sua anima che tuttavia mirava ad orizzonti più elevati; perciò prese san Francesco d'Assisi come modello e protettore: la povertà lieta e piena, la semplicità e l'appassionato amore per il Crocifisso, avevano conquistato il suo cuore tanto che ella volle entrare a far parte del Terzo Ordine francescano secolare. L'umile divisa del Terz'Ordine risultò tra gli oggetti inventariati dopo la sua beata morte, ma lei non badò mai tanto alla veste quanto allo spirito. Amò san Francesco, cercando di imitarlo e sentendosi parte viva del grandioso e provvidenziale movimento da lui suscitato, lavorando per l'estensione del regno di Dio, sacrificandosi per il prossimo e chinandosi con premura sulle sventure umane.
Nell'autobiografia, stesa in forma anonima, lei stessa si descrive come una donna affaccendata che "andava per la città curando poveri" e non temendo di venire a contatto con le più ripugnanti miserie. "Et trovava diverse creature, brutte di diverse brutture di pidocchi e d'ogni altra bruttura, con puzze quasi intollerabili; et anche trovava di quelli che dicevano parole terribili et disperazione, tanta era la calamità e necessità in cui erano, et ad entrar in quelli luoghi era come entrare in una sepoltura che ogni umanità se ne stremava, eppure lei gli toccava per dar loro qualche refrigerio, et all'anima et al corpo". "Sembrava che lo Spirito la spingesse nelle braccia di ogni essere miserabile", annotava.
Intanto, Giuliano Adorno, il marito che disprezzava la sua giovane sposa, abbandonandola praticamente a sé stessa, aveva spinto all'estremo la sua folle prodigalità: i palazzi erano stati venduti o affittati, le ricchezze s'erano volatilizzate. Pure la dote di Caterina era stata consumata e, anche se non si parlava ancora di povertà, non c'era più la consueta agiatezza.
La giovane sposa, invece, non l'aveva mai abbandonato e, in tutti quegli anni, aveva continuato in una sua ostinata preghiera allo Sposo celeste: "Amore", pregava Caterina, "ti domando quest'anima, dammela, ti prego, Tu me la puoi dare!"... e Gesù gliela regalò davvero. Come se si svegliasse da un lungo e brutto sogno, Giuliano "guardò" finalmente la sua sposa: il fascino della femminile bellezza del corpo e soprattutto dell'anima di lei lo piegò. Così, decise di condividerne la santa avventura, iscrivendosi pure lui nel Terz'Ordine francescano.
Quindi, lasciando la casa di Via Lomellini, scelsero assieme un'abitazione collocata nel territorio del grande ospedale di Pammatone (che in quegli anni aveva incorporato tutti gli ospedali cittadini minori), in modo da essere vicini al luogo del loro santo lavoro e ambedue cominciarono a dedicarsi alle opere di misericordia. Questo loro nuovo connubio durerà vent'anni.
Nei primi tempi Caterina scelse di essere una serva tra le altre. Poi, la sua costanza e dedizione non sfuggirono all'attenzione dei responsabili dell'ospedale che, nel 1489, decisero di eleggerla come "rettora": in pratica toccava a lei governare l'intero istituto ospedaliero, anche dal punto di vista economico, risolvendo ogni questione, giuridica o morale che fosse.
La sua carità si estendeva a ogni sorta di bisogno sociale, si prendeva cura dei mendicanti, dei viziosi malvissuti, dell'infanzia abbandonata. Ma venne presa dal dubbio che l'eccessiva attività potesse distrarla dal suo unico puro amore per Dio: "Signore, io ti voglio tutto" - pregava Caterina - "O dolce Signore, s'io credessi che de te mi dovesse mancare alcuna scintilla, io certamente non potria vivere!". "Io voglio amare soltanto Te", ripeteva spesso in ardente preghiera e si quietò solo quando sentì Gesù dirle: "Chi ama me, ama tutto quello che io amo".
Fu così che attorno a Caterina si realizzò pian piano un "movimento" di uomini e donne, religiosi e chierici, nobili borghesi, letterati e umanisti, medici e notai, bottegai e popolani che accorrevano a lei, aiutandola nella carità e riconoscendola come madre e guida spirituale.
Alla scuola della sua attività svolta a favore del prossimo, nella cura degli infermi e nella direzione dell'Ospedale, unì anche il magistero della parola da cui molti ricevevano luce e direzione nella via del Signore.
Dalla piena dell'amore che le cantava nel cuore e dal tesoro sovrumano della sua esperienza spirituale, ci sono stati tramandati alcuni suoi scritti considerati dei veri capolavori di letteratura mistica: il Dialogo spirituale e il Trattato del Purgatorio; pagine dense di profonda scienza teologica che riscossero l'ammirazione dei dotti e le meritarono il titolo di "Dottoressa del Purgatorio".
Il Dialogo spirituale è la sua autobiografia, scritta nella forma più vivace e drammatica, un mirabile trattato di ascetica. Un viaggio simbolico nel quale vengono fuori le sue cadute, lotte, ardimenti e vittorie.
Invece, nel Trattato del Purgatorio, spingendo arditamente il suo sguardo nel mondo degli spiriti, con linguaggio di cielo, ci parla di come l'amore divino purifica le anime preparandole alle gioie immortali.
La dottrina del Purgatorio, conosciuta da quasi tutti i cristiani e spesso in maniera generica, sebbene appaia ovvia e perfino necessaria, tuttavia non è facile da comprendere. Ovvia perché non si fatica ad ammettere che molti di noi arriveranno al giudizio di Dio non così nemici da essere dannati, come non così amici e familiari da essere subito beatificati. Ma, quando si cerca di immaginare e descrivere questo "stato intermedio" - che noi immaginiamo necessariamente come un luogo e un tempo di purificazione -, allora anche i santi ondeggiano: qualcuno ne parla come di un Inferno temporaneo, qualcuno ne parla come di un'anticamera del Paradiso.
Caterina cominciò a parlare del Purgatorio solo per spiegare ciò che l'amore di Dio provocava in lei e che provava nell'anima, nel cuore e nel corpo. Era come se Dio le avesse concesso di esperimentare già qui, anche se in maniera limitata, la logica inesorabile che regge il Purgatorio.
L'uomo è fatto per il Paradiso e porta nel suo cuore un irresistibile "istinto di felicità" ("istinto beatifico"), tanto più che "il Paradiso non ha porta alcuna: chi vuole entrare lo può fare perché Dio è tutto misericordia e resta con le braccia aperte verso di noi per riceverci nella sua gloria". Dopo la morte, però, ciò che spesso trattiene l'anima dal raggiungere subito la patria desiderata c'è "la ruggine dei peccati commessi". A questo punto, si trova in una situazione insostenibile: sente d'essere totalmente fatta per l'amore infinito che l'attrae violentementea sé e, allo stesso tempo, preferirebbe mille inferni piuttosto di comparire davanti a Dio con una qualsiasi macchia di non-amore.
Così essa esperimenta "l'amorevole fuoco": da un lato "non c'è felicità paragonabile a quella di un'anima in Purgatorio, tranne quella dei santi in Paradiso", ed è una "contentezza paradisiaca" che tende a crescere sempre di più; dall'altro "sente una pena così atroce e un fuoco così terribile che possono essere paragonati solo a quelli dell'Inferno". "La pena è infernale, ma l'anima la riceve come misericordia, perché le pene non hanno peso rispetto a quella ruggine che impedisce l'amore". Si verifica addirittura un paradosso: quanto più l'anima si purifica, tanto più cresce non l'amore ma la pena: "a mano a mano che vede più vicino il suo fine ultimo, la pena diventa per lei più grande e più atroce".
In Purgatorio, inoltre, l'anima non riesce a pensare niente, a volere niente, a distrarsi in niente; non può soffermarsi nemmeno sulla sua situazione o sulla durata della pena: è totalmente fissa all'amore che la brucia e la purifica; è inchiodata all'amore: "felice di vivere, in pena e gioia, il progetto divino".
Tutto questo ricorda le parole della Sacra Scrittura nel Cantico dei Cantici (8, 6): "... forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!". Caterina lo definirà "Amore netto": amore senza ruggine alcuna, amore inesorabile.
Pur essendo una donna mistica, non era affatto aliena dalla realtà quotidiana e dalle miserie della condizione umana. Agli inizi del 1493, quando Genova venne colpita da un'epidemia di peste che durò per più di un anno e mezzo, in un terreno attiguo all'ospedale, fece edificare un lazzaretto facendo tendere enormi padiglioni con "vele da mare". Il suo impegno e la sua dedizione nella cura degli appestati furono esemplari, tanto che pure lei venne contagiata dal morbo: la malattia la portò quasi in fin di vita, ma non le fu fatale.
In quel periodo tra i suoi discepoli si distinse Ettore Vernazza, un giovane ventitreenne, notaio e segretario della Serenissima Repubblica di Genova, filantropo insigne, che doveva diventare "il dolce figliolo spirituale" di Caterina. Il suo nome non è oggi molto noto. Nota però è l'opera a cui egli diede origine sotto la guida della sua santa madre e maestra: quella "Compagnia o Fraternità", detta più tardi "Oratorio del Divino Amore", che doveva dare il via, in tutta Italia, alla vera Riforma cattolica. "Fratres, questa nostra Fraternità non è istituita per altro se non per radicare et piantare in li cori nostri il Divino Amore...".
I primi confratelli furono, per statuto, quaranta: quattro preti e trentasei laici dalla cui operosa unione presero a diramarsi altre fraternità finalizzate alle diverse opere di misericordia.
Fu a partire dalla Fraternità fondata da Caterina Fieschi ed Ettore Vernazza che "la carità sociale divenne l'opera di personalità carismatiche che si sentivano chiamate a rinnovare e riformare la Chiesa, non con la polemica e il dibattito teologico, ma con un rinnovato amore al mistero dell'Incarnazione e con l'assunzione missionaria delle necessità ecclesiali".
Gli ammalati negli ospedali, i mendicanti e i derelitti, gli appestati e gli incurabili, gli orfani e i trovatelli, le donne perdute e le fanciulle "pericolanti", i carcerati e i galeotti, i condannati a morte, i vecchi abbandonati, i pazzi, gli schiavi, i moribondi, furono così non solo assistiti ma "onorati" come Cristo stesso (soprattutto questo è l'aspetto - propriamente contemplativo - che caratterizza il carismatico).
In particolare, a Genova sorse il primo "Reductus Sanctae Mariae Incurabilium": un ospedale atipico destinato ad accogliere i malati di "mal francese" (sifilide), un male nuovo e spaventoso che non si sapeva come curare, tanto che i colpiti venivano abbandonati sui gradini delle chiese o nei vicoli bui, in attesa di una morte priva di ogni conforto.
La Fraternità del Divino Amore fece sorgere un "Ospedale degli Incurabili" quasi in ogni città d'Italia: a Venezia, Vicenza, Verona, Brescia, Roma, Napoli, Palermo e anche in altri Paesi europei. Il più celebre di essi fu quello di Napoli, ad opera dello stesso Vernazza. Proprio quel nome, con cui vennero popolarmente chiamati ("gli Incurabili"), indicava che la consapevolezza di non saper curare la malattia non fermava comunque l'impeto della carità di chi voleva e doveva curare l'uomo.
Intanto Caterina era diventata una creatura ardente d'amore: ne sentiva gli effetti perfino fisicamente, tanto che il suo corpo sembrava abitualmente bruciare di una febbre misteriosa. Anzi, lei era convinta che nel suo cuore ardesse un vero fuoco che la faceva spasimare, avvertendone le fiamme. Supplicava: "Signore, io ti prego che mi doni una goccia di quell'acqua che già desti alla Samaritana, perché non posso più sopportare tanto fuoco che mi brucia tutta"; era convinta che l'Inferno si sarebbe mutato istantaneamente in Paradiso, se vi fosse caduta una sola scintilla di quell'amore che le ardeva dentro.
I suoi trasporti mistici erano sempre più intensi, ma ciò non le impediva di attendere alle più normali occupazioni. Lei stessa racconta (in terza persona) nel suo Dialogo spirituale: "Haveva, questa santa anima, tanta unione con il suo Dio che spesso diceva: s'io mangio, se bevo, se vado, sto, parlo, taccio, dormo, veglio, vedo, odo, penso, se sono in chiesa, in casa o fuori, se sono inferma o sana, se morissi o non morissi, in ogni hora e momento del corso della mia vita, tutto voglio sia in Dio e per Dio, et al prossimo per amor di Dio" e aggiungeva ancora: "Haveva questa santa anima tanta unione con Dio che si meravigliava quando sentiva [qualcuno] dire 'Io ho perduto Dio!' e diceva 'Che cos'è perdere Dio?'. Non lo poteva intendere, perché lei non lo perdeva mai...".
Negli ultimi nove anni della sua vita fu preda di una strana malattia che i medici (una volta ci furono schierati attorno al suo letto, in consulto, dieci luminari di medicina!) non riuscivano a diagnosticare. Le prescrivevano farmaci su farmaci, anche perché ormai non mangiava quasi più nulla. Ma Caterina sorridendo diceva: "La mia non è malattia che abbia bisogno di medicine" e quando parlava della sua vera malattia - l'Amore - gli ascoltatori piangevano. Dicevano che "ascoltando le sue parole vedevano il Paradiso e guardando il suo corpo martirizzato vedevano il Purgatorio".
Delle sue atroci sofferenze diceva: "Siano in me benvenuti ogni passione e ogni tormento, se questo è il dolce progetto di Dio".
Caterina morì nelle prime ore del 15 settembre 1510, in una delle cellette dell'ospedale, attorniata dai suoi discepoli che testimoniarono: "Con una gran pace e tranquillità soavemente spirò da questa vita e se ne andò al suo dolce Amore". Aveva 63 anni, dei quali ben 33 trascorsi a lavorare nelle corsie dell'Ospedale senza chiedere compenso.
Il popolo accorse numeroso per venerare il suo corpo esposto nella chiesa dell'Ospedale e molti, per la sua intercessione, ottennero grazie segnalate. La venerazione a Caterina aumentò ancora quando, ad un anno e mezzo dalla sepoltura, il suo corpo fu ritrovato intatto e morbido; quindi, venne chiuso in una cappella per sottrarlo alla indiscrezione dei devoti.
Il 6 aprile 1675 venne dichiarata beata; successivamente, nel 1684, quando Genova riuscì a respingere l'assedio della flotta di Luigi XIV Re di Francia, Caterina, già considerata santa dai genovesi, fu proclamata "Patrona della città".
Il 23 aprile 1737, Clemente XII la ascrive nell'albo dei santi; poi, nel 1943, Papa Pio XII la proclamerà "Patrona degli ospedali italiani" [il patrono principale è san Camillo de Lellis (1550-1614)]. La sua memoria liturgica si celebra 15 settembre, mentre la diocesi di Genova ne celebra il ricordo il 12 settembre: nella chiesa della Santissima Annunziata in Portoria, dove è conservata l'urna contente il suo corpo, si accalca il popolo genovese, sempre fiero della sua Santa.
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]