Bonaventura da Bagnoregio (1218-1274)
Il focoso frate Jacopone da Todi, tuonerà apocalittico: "Parisci, Parisci, tu distruggi l'Ordine di San Francesco". Parisci, cioè la città di Parigi che il rude fraticello di Todi aveva in spregio perché rappresentava quel mondo di élite, inevitabilmente raffinato, di cultura e scienza e anche mondano, nel quale alcuni seguaci di Francesco, abbandonando il mondo degli umili e dei poveri, si erano inoltrati, entrando come allievi o come insegnanti nelle università di Oxford, Cambridge, Strasburgo...
Avrebbero saputo i figli del Poverello di Assisi percorrere quelle vie senza cedere alla tentazione della mondanità e della superbia intellettuale? Per l'intransigente Jacopone, che immaginerà l'Ordine francescano ridotto in briciole, no di certo.
Di tutt'altro parere era stato invece frate Bonaventura da Bagnoregio il quale, prima di indossare il saio francescano, si era immerso in quel mondo, avendo studiato nella facoltà delle Arti all'università di Parigi, senza per questo perdere la semplicità, l'umiltà, l'attaccamento alla povertà, l'amore per i poveri e lo spirito di preghiera.
L'esempio della sua vita, esemplare e santa, contribuì a ridurre a limiti ragionevoli una vivace diatriba insorta e protrattasi a lungo tra due differenti correnti di pensiero all'interno dell'Ordine: quella di chi voleva restringere al mondo degli umili e degli ignoranti l'orizzonte religioso e quella delle nuove generazioni desiderose di arricchire la loro vita e il loro apostolato con la dottrina e la cultura per essere davvero al servizio di tutti, umili e dotti. Si poteva insomma essere francescani e uomini di cultura, senza venire meno allo spirito della vita religiosa?
Bonaventura nacque a Bagnorea (Civita di Bagnoregio), nel 1218, presso Viterbo, antico borgo di origine etrusco-romana posto su un colle non lontano dal lago di Bolsena. Il papà si chiamava Giovanni Fidanza ed era medico; la mamma, Maria di Ritello, era una donna pia e devota di san Francesco. Venne battezzato con lo stesso nome del padre, nome che cambiò quando si fece religioso. In tenera età venne colpito da una grave malattia e, solo grazie a un voto di sua madre fatto a san Francesco, riuscì a guarire miracolosamente.
Inizialmente frequentò le scuole nel convento francescano della sua città; poi, quasi ventenne, si recò a Parigi per continuare negli studi universitari, divenendo ben presto maestro nelle Arti. Lì ebbe occasione di conoscere il francescano Alessandro di Hales: l'influenza positiva di questo maestro e l'attrazione personale - come scrisse lui stesso - per la straordinaria somiglianza tra lo sviluppo della Chiesa primitiva e quello dell'Ordine francescano (ambedue basarono inizialmente il loro appoggio su uomini semplici, contadini e pescatori, estendendolo successivamente a persone di scienza e di cultura), lo convinsero ad unirsi ai figli di san Francesco (1243).
L'anno di noviziato nell'Ordine coincise con il suo primo anno di studi teologici; secondo gli statuti dell'università, prima di poter conseguire il grado minimo di insegnamento ("baccalaureus biblicus"), bisognava frequentare almeno per cinque anni la facoltà di teologia.
Dapprima ebbe come maestri Alessandro di Hales e Giovanni de la Rochelle; successivamente seguì le lezioni di Eudes Rigaud e Guglielmo di Meliton.
Nel 1253 saliva lui stesso come maestro sulla cattedra di teologia. Nel frattempo, i nuovi ordini monastici, penetrati all'interno dell'università parigina con la fondazione delle loro scuole, seppero mostrare una maggiore dinamicità e sensibilità verso le esigenze intellettuali dei giovani. Il prestigio e l'influenza dei maestri "regolari" (cioè seguaci di una "regola" monastica) divennero assai note - anche grazie alle grandi personalità di fra Bonaventura e del domenicano fra Tommaso d'Aquino (arrivato a Parigi nel 1252) -, rendendo quasi evanescenti le figure dei contemporanei maestri secolari i quali, limitati alla visione del monaco dedito alla vita claustrale all'interno dell'abbazia, non riuscivano ad accettare l'idea che degli uomini consacrati a Dio potessero vivere contemporaneamente in mezzo al mondo dedicandosi allo studio e alla predicazione.
Inoltre, gli ordini mendicanti, godendo di privilegi papali e raccogliendo numerose elemosine tra il popolo, diminuivano il contributo delle offerte alle chiese dei sacerdoti diocesani. Solo l'intervento pontificio riuscì a placare gli animi e i dissidi nell'università parigina.
Il clima della disputa, purtroppo, si insinuò in particolare nell'Ordine francescano che in quel momento attraversava una grave crisi; una crisi seria, causata dalla sua enorme crescita avvenuta nell'arco di pochi anni: ai frati non era certo venuto meno il desiderio di amare Dio e di servirlo nei fratelli, ma bisognava incanalare tanta buona volontà e tante forze che avanzavano in ordine sparso; insomma, si doveva dare un assetto organizzativo stabile che permettesse a tutti di esprimersi e di operare, sapendo in ogni momento di essere sulla strada giusta voluta e tracciata da Francesco.
Sicuramente, con circa 30.000 frati sparsi in tutta Europa e anche oltre i suoi confini, il raggiungimento di questo obiettivo non era affatto semplice. Inizialmente ci aveva provato fra Giovanni da Parma come ministro generale, uomo santo e di spiccata intelligenza, ma senza riuscirci.
Una svolta importante arrivò quando fra Bonaventura, nel capitolo di Roma del 1257, venne eletto all'unanimità ministro generale. Uomo colto, ricco di dottrina ed anche esemplare per condotta di vita e prudenza, riuscì nell'intento di far superare all'Ordine quel momento di crisi, redigendo delle nuove Costituzioni che vennero approvate nel capitolo generale di Narbona nella primavera del 1260. Secondo lui, gli studi potevano arricchire e illuminare interiormente sia gli analfabeti che i dotti, senza andare necessariamente contro al genuino spirito francescano. Riuscì persino a convincere frate Egidio di Assisi, uno dei più semplici e rozzi compagni di san Francesco, uno della prima ora, che aveva scelto di abitare in un poverissimo e solitario convento a Monteripido nei pressi di Perugia.
Bonaventura gli fece visita - raccontano le memorie francescane - e l'arguto fraticello, ex contadino, lo affrontò subito con intenti polemici: "Maestro, a voi Dio ha fatto doni grandi di intelligenza, ma noi senza studi e di cervello grosso, come faremo a salvarci?". "Se Dio dà all'uomo anche la sola grazia di poterlo amare, questo basta", rispose Bonaventura. Insistette frate Egidio: "Può un ignorante amare Dio quanto un dotto?". "Una vecchierella lo può amare più di un maestro in teologia", asserì fra Bonaventura. Frate Egidio, allora, contento di aver ritrovato intatto nella dottrina di Bonaventura lo spirito di Francesco, si mise a gridare rivolto a un'immaginaria vecchierella: "Vecchierella, poverella, semplice e ignorante, ama il Signore e potrei diventare più santa di Bonaventura, maestro di teologia".
Nel 1263, al capitolo generale di Pisa, presentò due suoi scritti sulla vita di san Francesco: la Leggenda maggiore e la Leggenda minore abbreviata per la lettura in coro. Le due Leggende, accolte da tutti con immensa gratitudine, vennero inviate a tutti i conventi. Inoltre, su suo suggerimento, in questo capitolo fu incrementata la devozione alla beata Vergine Maria, ordinando - forse per la prima volta nell'Ordine - di celebrare la festa della Concezione di Maria e di suonare ogni sera la campana all'ora di compieta per invitare il popolo a recitare l'Ave Maria. Da qui ebbe origine la recita dell'Angelus Domini.
Nel 1265, si trovava di nuovo Parigi, quando il papa Clemente IV gli fece pervenire la bolla di nomina ad arcivescovo di York in Inghilterra. Bonaventura, però, si precipitò da lui e rifiutò l'incarico non ritenendosene degno.
Quindi, liberato dagli impegni di governo, riprese i contatti con il mondo universitario parigino, dedicandosi allo studio fino al 1272. Nel settembre dello stesso anno si recò a Viterbo per parlare con i cardinali i quali, non riuscendo a mettersi d'accordo sulla scelta del nuovo papa dopo la morte di Clemente IV, dando ascolto ai suoi consigli elessero finalmente Gregorio X. Questo pontefice lo scelse come collaboratore per preparare il Concilio di Lione e, nel 1273, lo nominò vescovo di Albano e cardinale, obbligandolo ad accettare la nomina.
Nel maggio del 1974 iniziò il concilio di Lione e Bonaventura svolse una parte importante per la riunificazione con la chiesa d'oriente, concludendo l'omelia della messa con la firma dell'unione. Fu il suo ultimo discorso, perché una febbre improvvisa stroncò la sua vita in pochi giorni. Aveva 53 anni ed era il 15 luglio del 1274. Al funerale, a cui presero parte il papa e tutti padri del Concilio, molti avevano il viso rigato dalle lacrime. Era morto un santo, un dottore, un autentico figlio di san Francesco.
Quando nel 1482 Sisto IV lo canonizzò, gli assegnò l'Ufficio dei "santi confessori pontefici e dottori", riconoscendolo implicitamente dottore della chiesa. Ma il riconoscimento solenne glielo diede Sisto V proclamandolo "Dottore serafico", accanto al frate domenicano Tommaso d'Aquino, il "Dottore angelico". Bonaventura scrisse ben 45 opere (senza contare quelle ancora controverse) la cui dottrina, seppur meno conosciuta, non è meno profonda di quella di Tommaso.
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]