Bernardino da Siena (1380-1444)
La vita di Bernardino da Siena si svolse durante un periodo infausto, intristito da ricorrenti ed oscuri presagi di guerre catastrofiche. Non era passato molto tempo dalla morte di san Francesco e perciò, essendo ancora vivo il ricordo di lui nel cuore del popolo, veniva spesso invocato per sedare contese e rappacificare gli animi, per riaccendere ideali, speranze e anche per chiederne la protezione.
Bernardino da Siena, figlio spirituale del mite poverello d'Assisi, non fu da meno. Tra i temi preferiti delle sue prediche appassionate e colorite (era davvero uno straordinario e vigoroso oratore) c'era appunto la pace. Alle sue parole faceva seguire i fatti, provando a mettere d'accordo le fazioni che allora si azzuffavano spesso e anche in modo assai cruento.
L'opera si rivelò più difficile del previsto e perciò, riponendo tutta la sua fede nel sostegno di Dio, provò a far leva sulla sensibilità religiosa dei senesi, suggerendo loro di abolire tutti gli stemmi che rappresentavano le singole fazioni e sostituendoli solo con quello di Cristo, Re della pace e dell'amore. È il celebre cristogramma formato da un sole raggiante sormontato dalla sigla JHS (Jesus Hominum Salvator che, tradotto dal latino, significa "Cristo Salvatore degli Uomini"); questo sole ha dodici raggi ai quali Bernardino, in relazione al nome Gesù, assegna questo significato: Rifugio dei peccatori, Vessillo dei combattenti, Medicina degli infermi, Sollievo dei sofferenti, Onore dei credenti, Splendore degli evangelizzanti, Mercede degli operanti, Soccorso dei deboli, Sospiro di quelli che meditano, Aiuto dei supplicanti, Debolezza di chi contempla, Gloria dei trionfanti.
Ancora oggi, non solo a Siena ma anche in molte altre città italiane, si può notare questo simbolo incastonato sulle facciate di varie chiese e antichi palazzi.
"Or dimmi, - gridava appassionatamente dai pulpiti spesso posti nelle piazze, poiché nelle chiese non c'era spazio sufficiente a contenere la folla degli uditori - che cosa è parte? Sai che è? È una divisione: questi da questi. Qui vedi già che parte l'uno dall'altro. Or dimmi: che cos'è carità? È unire l'uno con l'altro".
L'ardente predicatore era nato a Massa Marittima l'8 settembre del 1380, dalla nobile famiglia degli Albizzeschi di origine senese. Rimasto orfano, andò a vivere a Siena, città da cui provenivano i suoi genitori. Due zie lo ospitarono e si presero cura di lui. Prima frequentò i corsi letterari e filosofici allo Studio senese; poi, continuò le scuole dell'Ordine francescano, nelle cui file si arruolò rinunciando ad una vita mondana ed elegante nella quale per qualche tempo si era mosso con piacere e disinvoltura. Dei francescani scelse il ramo più rigido, quello che sollecitava un'intransigente osservanza della Regola dettata da Francesco, senza le interpretazioni accomodanti che furono introdotte in seguito.
Si impose subito come leader carismatico del movimento dell'osservanza e molti dei conventi sorti all'insegna del rigore, in Toscana e altrove, riconobbero in lui il padre fondatore e l'animatore. Ma la storia e la letteratura lo ricordano soprattutto come predicatore straordinario. Le sue prediche, fedelmente trascritte da un ammiratore, sono pervenute fino a noi e sono considerate anche importanti documenti della lingua italiana dell'epoca, che conservano la vivacità e la freschezza di quella parlata. Dai pulpiti delle chiese, dai palchi improvvisati sulle vaste piazze delle città toscane, faceva scendere sulla folle accorse ad ascoltarlo la sua parola franca, arguta, mordace, fustigatrice di ogni vizio.
Coloriva sempre il discorso con immagini tratte dalla vita quotidiana dei contadini, delle massaie, delle lavandaie, dei popolani, dei quali posava linguaggio fiorito, a volte così crudo da resi da rasentare l'irriverenza. Le sue invettive erano brucianti come scudisciate sulla nuda pelle. Ne seppero qualcosa i mercanti imbroglioni, gli usurai, i ricchi avari, i banchieri, i sensali, chiunque non avesse pietà dei suoi simili e approfittasse della debolezza dei poveri per arricchire. Li chiamava "belve dalle zanne lunghe che succhiano le ossa del povero".
"Oh tu che tanti spogli più che non la cipolla - intimava agli egoisti - ricopre la carne del povero, quando tu la vedi così stracciato e innudo; la tua carne e la sua carne è una medesima carne". "Se tu hai della robba assai e non hai bisogno, e tu non lo dispensi e muori, tu te ne vai a casa calda (cioè all'inferno)". Se qualcuno dei colpiti si scusava che non aveva poi granché da dividere: "Iddio non vuole che tu ti sacrifichi. Dice: Vuoi tu dare l'elemosina? Or dalla. Non puoi dare un pane? No? Or danne un poco. Non puoi dare del vino? Or dà dell'acquerella, dà dell'acetello annacquato".
Il suo pensiero è ricordato nella storia del pensiero economico poiché fu il primo teologo, dopo Pietro di Giovanni Olivi, a scrivere un’intera opera sull’economia intitolata "Sui contratti e l’usura". Egli analizza con grande profondità la figura dell'imprenditore e ne difende il lavoro onesto. Fa notare come il commercio, similmente a tutte le altre occupazioni, non è necessariamente fonte di dannazione. Ovviamente bisogna fare una netta distinzione tra chi lo pratica in modo lecito e chi in modo illecito.
Il commerciante onesto fornisce servizi utilissimi a tutta la società: crea un equilibrio nelle zone in cui c'è scarsità di beni, trasportandone da zone in cui sono abbondanti; custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie; trasforma in prodotti lavorati le materie altrimenti grezze e inutili.
Per essere onesto, l'imprenditore deve essere dotato di quattro grandi virtù: efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio. I guadagni che derivano a coloro che hanno saputo attenersi a queste virtù, sono la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto ed i rischi corsi. Per contro, condanna senza mezzi termini quei ricchi i quali, invece di investire la ricchezza in nuove attività, preferiscono prestare a usura e strangolano la società anziché farla crescere. Infatti, riteneva che la proprietà non "appartenesse all’uomo" ma piuttosto "fosse per l'uomo", come uno strumento per ottenere un miglioramento nell’insieme della società. Uno strumento donato da Dio e che l'uomo deve meritare, applicare e far fruttare come saggio amministratore.
Come già ad altri importanti predicatori, a frate Bernardino fu particolarmente caro il tema della riconciliazione, della risoluzione di contese, della concordia tra i cittadini.
Ai suoi tempi a esagitare gli animi e a fomentare violenza c'erano le quotidiane lotte tra guelfi e ghibellini, tra fiancheggiatori del papato e sostenitori dell'imperatore, che opponevano città contro città, contrada contro contrada, casa contro casa, dividendo le stesse famiglie. "Tutte queste cose so' peccato mortale - predicava - e questo tale guelfo e ghibellino è stato trovato dal diavolo, dal diavolo per la perdizione delle anime vostre".
Così, con la sua figura esile e scattante, dentro un rude saio rattoppato, con gli occhi lucenti di passione ma sereni, Bernardino se ne andava in giro per l'Italia, predicando la pace, sostenendo la causa dei poveri, lasciando in ogni città il suo stemma infisso nelle facciate dei palazzi e delle chiese, per ricordare tutti le urgenze della carità, al fine di costruire di quel regno di Dio che Cristo aveva annunciato.
Nel 1421 venne nominato ministro generale dell’ordine degli osservanti di Toscana e Umbria; successivamente, nel 1438, ebbe l'incarico di ministro generale di tutti i francescani italiani. Portò il numero dei conventi da 20 a 200; proibì ai frati analfabeti o poco istruiti, di confessare e assolvere i penitenti; nei pressi di Perugia, nel convento di Monteripido, istituì una scuola per l'insegnamento della teologia e del diritto canonico; s’impegnò a fare rinascere lo spirito della Regola di san Francesco, adattandola alle esigenze dei nuovi tempi. Per ben tre volte nella sua vita rifiutò di essere eletto vescovo.
Nel 1442, spossato da vari disturbi renali e intestinali, rassegnò le sue dimissioni dalla carica che aveva accettato per spirito di servizio verso l’Ordine.
Nel 1444, seppure in condizioni di salute precarie, su invito del vescovo Amico Agnifili, si recò a L'Aquila che in quel periodo si trovava divisa da aspre contese. Ma, poiché la morte lo colse poco dopo il suo arrivo in città (20 maggio 1444), non poté vedere gli animi riappacificati. Comunque, quello che non gli riuscì da vivo l'ottenne da morto. Infatti, il giorno dei funerali, dalla sua bara uscì sangue zampillante come da una fontanella e si arrestò solo quando i cittadini, capita la lezione, fecero la pace. A ricordo del fatto miracoloso, gli aquilani gli eressero un magnifico monumento sepolcrale. Papa Niccolò V lo proclamò santo nel 1450.
Lo stemma di san Bernardino, portato in giro di città in città, affisso sulle pareti come un manifesto, gli ha meritato il titolo di "Patrono dei pubblicitari".
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]