Antonio da Padova (1195-1231)
Antonio da Padova è uno dei santi più amati e venerati nel mondo cattolico. Le eccezionali virtù taumaturgiche per cui è invocato hanno fatto di lui semplicemente "il Santo". Anche in vita godeva di grande seguito e di sterminata ammirazione tanto che, a pochi anni dalla morte, i padovani gli hanno dedicato una bella e austera chiesa in stile francescano trasformata poi nella stupenda basilica di stile orientaleggiante che è sempre meta di pellegrini provenienti da tutto il mondo. Per i prodigi che in essa frequentemente si compiono, per l'intercessione e il fascino del Santo, Paolo VI l'ha definita "clinica spirituale", un ospedale dell'anima.
Antonio è detto "da Padova" ma nella città euganea visse solo pochi mesi di fila e in Italia rimase appena alcuni anni. Trascorse interamente la sua giovinezza in Portogallo, precisamente nella città di Lisbona, dove nacque il 15 agosto del 1195. Discendeva dalla nobile famiglia dei Bulhoes y Taveira de Azevedo - da noi chiamati più semplicemente "Buglioni" - che annovera tra i suoi membri il prode Goffredo, condottiero della prima crociata e conquistatore del Santo Sepolcro. La mamma si chiamava Maria Teresa Taveira e suo padre Martino Alfonso de' Buglioni.
A quindici anni, sorprendendo i genitori che lo avrebbero voluto impegnato in più nobili e remunerative faccende, Fernando (questo era il suo nome di battesimo) decise di entrare come religioso tra i canonici regolari di sant'Agostino di Lisbona nell'abbazia di San Vincenzo. Ma, siccome le frequenti visite dei parenti e degli amici lo distoglievano troppo dai pilastri della vita agostiniana dello studio e della preghiera contemplativa, chiese di essere trasferito nel meno accessibile monastero di Santa Croce a Coimbra. Fernando rimase per circa otto anni in questo monastero che, essendo dotato di una ricca e vasta biblioteca, gli permise di impegnarsi assiduamente nello studio: in pochi anni, grazie alla sua intelligenza acuta e brillante, riuscì a immagazzinare tanta cultura teologica, scientifica e soprattutto biblica da meritarsi poi il titolo di "Arca del Testamento".
Gli studi severi e amati non riuscirono però ad appagare appieno le aspirazioni del suo animo generoso, per di più si trovò costretto a lottare contro la rilassatezza e il malcostume imperversanti nella comunità, retta da un superiore più sensibile agli intrallazzi mondani che alla severità ascetica. Il giovane canonico ne soffriva e non riusciva a intravedere vie d'uscita a quella situazione. Trovò la sua strada il giorno in cui a Coimbra approdarono le salme di cinque frati minori francescani (tre sacerdoti, Berardo, Pietro ed Ottone e due fratelli laici, Adiuto e Accursio) uccisi in Marocco da alcuni fedeli di religione islamica per aver tentato di annunciare il Vangelo di Gesù.
Vedere, ammirare e decidere di seguire le orme di questi frati fu un tutt'uno per Fernando. Qualche tempo dopo, infatti, entrava tra i francescani di Coimbra con il nome di Antonio, in onore del monaco orientale a cui era dedicato il romitorio di Olivais di Coimbra dove appunto vivevano i primi francescani portoghesi. Anche lui avrebbe voluto coronare la propria vita come missionario e martire. Quindi, dopo aver chiesto ed ottenuto il permesso del suo superiore (frate Giovanni Parenti), nell'autunno del 1220, insieme al confratello laico Filippo di Castiglia, si imbarcò alla volta del Marocco, per realizzare questo suo ardente desiderio. Appena giunto a destinazione, preso da febbri violente che lo lasciarono senza forze, su consiglio di frate Filippo, si reimbarcarono per la Spagna, per poi ritornare a Coimbra. Durante il viaggio, però, una tempesta fece naufragare la nave e la spinse sulle coste della Sicilia dove, nei pressi di Milazzo, l'intero equipaggio venne soccorso da alcuni pescatori.
Dopo aver sostato qualche tempo in un convento francescano nella zona di Messina, i frati ebbero notizia che a maggio, in occasione della Pentecoste, Francesco d'Assisi avrebbe radunato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale detto anche "delle stuoie". Quindi, in compagnia di altri confratelli, risalì l'Italia a piedi, diretto ad Assisi. Era il 1221. In questa occasione conobbe Francesco il quale, ammirato della sua profonda dottrina, più tardi lo chiamerà "mio vescovo". Il Capitolo durò dal 30 maggio all'8 giugno 1221 e si analizzarono diversi punti: lo stato dell'Ordine, la richiesta di novanta missionari per la Germania, la discussione sulla nuova Regola.
"Concluso il Capitolo nel modo consueto, quando i ministri provinciali ebbero inviato i fratelli loro affidati alla propria destinazione, solo Antonio restò abbandonato nelle mani del ministro generale, non essendo stato chiesto da nessun provinciale in quanto, essendo sconosciuto, pareva un novellino buono a nulla. Finalmente, chiamato in disparte frate Graziano, che allora governava i frati della Romagna, Antonio prese a supplicarlo che, chiedendolo al ministro generale, lo conducesse con sé in Romagna e là l'impartisse i primi rudimenti della formazione spirituale. Nessun accenno fece ai suoi studi, nessun vanto per il ministero ecclesiastico esercitato, ma nascondendo la sua cultura e intelligenza per amor di Cristo, dichiarava di non voler conoscere, amare e abbracciare altri che Gesù crocifisso".
Frate Graziano, apprezzandone da subito l'umiltà, decise di prenderlo con sé. Il romitorio di Montepaolo, sulle colline nelle vicinanze di Forlì, aveva proprio bisogno di un sacerdote. Lassù, in mezzo ai boschi, alcune capanne con una chiesetta ed un orto ospitavano sei frati laici, senza un confratello che celebrasse per loro la messa e amministrasse i sacramenti. Da tempo ne aspettavano uno e, quando Antonio arrivò, gli fecero gran festa. Lì, insieme ai sei compagni, visse un intero anno; aveva chiesto ed ottenuto che gli venissero affidati i lavori più umili, quali lavare pentole e pulire per terra. Per il resto della giornata, poi, la preghiera e meditazione erano le sue occupazioni principali, nel nascondimento della sua cella ricavata in una grotta poco distante.
Nel settembre del 1222 la comunità francescana di Montepaolo scese a valle per assistere all'ordinazione di alcuni sacerdoti nella cattedrale di Forlì e "venuta l'ora della conferenza spirituale il Vescovo cominciò a pregare i frati Predicatori presenti affinché rivolgessero un discorso d'esortazione; ma quelli, uno dopo l'altro, si schermirono affermando che non era loro possibile né lecito improvvisare. Allora il superiore, volgendosi ad Antonio, gli impose d'annunciare ai convenuti quanto gli venisse suggerito dallo Spirito". Inizialmente Antonio si mostrò riluttante ma alla fine, cedendo all'obbedienza, cominciò a prendere serenamente la parola destando l'ammirazione di tutti i presenti per la sua cultura, capacità oratoria e ricchezza interiore. Da quel momento la sua fama fu tale che i superiori decisero di destinarlo definitivamente alla predicazione. Dal canto suo, Antonio non perse il suo consueto equilibrio: "Dobbiamo temere il lampo delle lodi umane; subito dobbiamo raccoglierci e chiuderci in noi stessi per non perdere, tra i clamori del mondo, il prezioso tesoro che va maturando nell'intimo della nostra anima".
Lasciando Montepaolo, si recò in varie zone dell'Italia settentrionale e della Francia, come missionario itinerante e annunciatore del messaggio evangelico e francescano, pur sapendo che questo gli avrebbe comportato sacrifici, incomprensioni e umiliazioni proprio come i profeti, i martiri e lo stesso Gesù. Tuttavia, le ingiustizie e vizi andavano affrontati senza guardare in faccia nessuno; nei suoi Sermoni scriverà: "La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell'odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell'odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo".
Possiamo comprendere quanta premura mettesse nello svolgimento del suo ministero, attraverso una bella preghiera da lui composta: "Signore Gesù, riguarda il tuo testamento, che hai voluto confermare col tuo sangue. Dà a noi di parlare con fiducia la tua parola. Non abbandonare le anime dei tuoi poveri che tu hai redente e che altre eredità fuori di Te non hanno. Sorreggili, Signore, con la tua forza, perché sono i tuoi poveri. Guidali. Non abbandonarli, perché senza di Te si smarrirebbero, ma dirigili fino al traguardo, affinché uniti perfettamente a Te, possano giungere a Te, fine supremo".
Con la sua vasta e profonda dottrina imbevuta soprattutto di Sacra Scrittura, si impegnò anche nel correggere interpretazioni teologiche e ideologie fondamentaliste di vari movimenti settari tra cui: quello degli Albigesi, che prendeva il nome dalla città di Albi nella Francia meridionale; quello dei Catari, che si diffondeva in varie parti d'Italia e della Francia e quello dei Patarini in Lombardia. Questi tre movimenti erano spinti da un profondo desiderio di rinnovamento spirituale ma, avendo una visione erronea di Cristo (per esempio, considerandolo solo come Maestro e non come Redentore) e una anormale ostilità nei confronti di tutto ciò che era materiale e terreno, si ponevano in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa che loro identificavano unicamente nel potere temporale del Papa e nei preti corrotti. Il popolo medievale, affascinato e trascinato da questi segnali di rinascita, essendo digiuno di nozioni teologiche, si trovava spesso vittima di movimenti settari. Pure l'Ordine dei frati minori nacque con l'intento di essere un movimento di rinnovamento spirituale, ma con la sostanziale differenza che esso rimase sempre nell'equilibrio genuino ed autentico del Vangelo, grazie alla tempra e all'integrità di Francesco.
Antonio, nell'affrontare queste problematiche, per salvaguardare i fondamenti della fede trasmessi dagli apostoli, vide necessario ed urgente promuovere la preparazione teologica dei frati, affinché fossero in grado di essere maestri di verità fra il popolo: si deve proprio a lui, nel 1223, la fondazione del primo studentato teologico francescano di Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola.
Francesco, in questo senso, pur avendo maggiore predilezione per la preghiera piuttosto che per lo studio, dopo un'iniziale scetticismo, finì per dare il suo consenso a quel progetto di scuola: "A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola. Stammi bene".
I primi territori di predicazione a cui Antonio fu affidato furono la Romagna - che raccolse le primizie del suo nuovo apostolato -, l'Emilia, la Marca Trevigiana, la Lombardia e la Liguria. Notizie più dettagliate della sua attività missionaria, compaiono soprattutto nella prima biografia (scritta da un frate anonimo) nota come Vita prima o Assidua.
Nella città di Rimini, per esempio, gli eretici, conoscendo bene la sua sapienza ed essendo perciò intimoriti nel doverlo affrontare direttamente, cercavano di allontanare e dissuadere chiunque dall'ascoltarlo; così, stanco di questo comportamento scorretto, raggiunta la zona marittima dove sfocia il torrente Marecchia, incominciò a predicare ai pesci che fecero capolino dall'acqua trasformandola in un prato brulicante e squamoso. La notizia dell'avvenuto prodigio si propagò rapidamente e il popolo ritornò numeroso ad ascoltarlo.
Un altro episodio celebre è quello di un certo Bonillo che, opponendosi ostinatamente al Santo, pur non trovando argomentazioni valide per contraddire le sue parole, gli lanciò pubblicamente una sfida: "Frate! Te lo dico davanti a tutti: crederò nell'Eucaristia se la mia mula, che terrò digiuna per tre giorni, mangerà l'Ostia che gli offrirai tu piuttosto che la biada che gli darò io". Antonio accettò; quindi, quattro giorni dopo, alla presenza del popolo accorso in piazza per assistere all'evento, gli venne presentata una mula macilenta e malferma a causa del prolungato digiuno... fu così che, tra lo stupore di tutti ed ancor più del suo padrone, rifiutò l'invitante profumo d'un mucchio di biada postole dinnanzi, andando ad inginocchiarsi di fronte all'ostia consacrata.
La notizia dell'efficacia della sua predicazione raggiunse Francesco d'Assisi che, in obbedienza a papa Onorio III, decise di inviarlo in Francia insieme ad altri missionari, al fine di contrastare i Catari e gli Albigesi. Le regioni della Provenza, della Linguadoca, del Limosino e della Guascogna, furono quelle che beneficiarono maggiormente della predicazione di frate Antonio. "Nessun riguardo alle persone lo piegava, né si lasciava sedurre da alcun plauso umano; ma, secondo la parola del profeta, simile ad un carro per trebbiare, munito rostri taglienti, egli spianò i monti e ridusse le colline in polvere".
Un cronista francese dell'epoca, Jean Rigauldt, parlava di lui in questi termini: "Gli uomini di lettere ammiravano in lui l'acutezza dell'ingegno e la bella eloquenza… Calibrava il suo dire a seconda delle persone, così che l'errante abbandonava la strada sbagliata, il peccatore si sentiva pentito e mutato, il buono era stimolato a migliorare, nessuno, insomma, si allontanava malcontento".
In quel periodo fra Giovanni Bonelli da Firenze, eletto da Francesco come ministro provinciale dei frati di Provenza, organizzò un'assemblea capitolare ad Arles. "Durante il Capitolo, Antonio, allora insigne predicatore ed ora glorioso confessore di Cristo, stava predicando ai frati, servendosi come tema dell'iscrizione posta sulla croce: "Gesù Nazareno, re dei Giudei". Ebbene un frate di virtù sperimentata, di nome Monaldo, si mise, per ispirazione divina, a guardare verso la porta della sala capitolare e vide con i suoi propri occhi il beato Francesco che, stando librato nell'aria con le mani stese in forma di croce, benediceva i frati" [Fonti Francescane, Leggenda Maggiore di san Bonaventura da Bagnoregio (IV, 10, 1081)].
Nel novembre del 1225, convocato dal Primate d'Aquitania, partecipò al Sinodo di Bourges, per valutare la situazione della Chiesa francese. L'arcivescovo Simon de Sully, lamentandosi con lui per la diffusione dei movimenti settari, ricevette questa risposta: "Adesso ho da dire una parola a te che siedi mitrato in questa cattedrale... L'esempio della vita dev'essere l'arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna...". A queste parole, l'arcivescovo di Bourges, profondamente colpito, si gettò ai suoi piedi chiedendo perdono per i suoi peccati.
Durante gli anni trascorsi in Francia, Antonio, oltre che svolgere il ministero della predicazione, ricevette da frate Giovanni Bonelli da Firenze la nomina di custode (superiore) dei conventi del Limosino e probabilmente fu anche guardiano nel convento di Le Puy-en-Velay nell'Alta Loira. Lassù nel Limosino, poco fuori dalla città di Brive dove fondò un convento, in un bosco di castagni e di querce, aveva scoperto una grotta che gli ricordava quella dell'eremo di Montepaolo e lì amava ritirarsi in solitudine per applicarsi alla contemplazione e alla preghiera.
Tra i tanti avvenimenti particolari, si ricorda quello della sua bilocazione (un fenomeno soprannaturale che consiste nella presenza simultanea di una persona in due luoghi diversi): trovandosi nella città di Montpellier per predicare la Pasqua, proprio durante la celebrazione, senza scomporsi, zittì per qualche secondo e... in quell'attimo di silenzio, ricordandosi che a quell'ora i suoi confratelli del convento di Brive si trovavano nel coro della chiesa per la recita del breviario, come d'incanto si materializzò tra loro, intonando l'Alleluia pasquale, per poi scomparire allo stesso modo e riprendere il suo sermone. A ricordo di questo e altri miracoli, la città di Brive ha conservato fino ad oggi una grande devozione per il Santo, divenendo centro della spiritualità antoniana in Francia.
Alcuni anni dopo, sul finire del 3 ottobre 1226, a soli 44 anni, in una cella della Porziuncola, moriva Francesco d'Assisi. Tramite una lettera circolare inviata da frate Elia - vicario generale dell'Ordine -, la notizia raggiunse tutti i conventi, fissando anche alla Pentecoste dell'anno seguente (30 maggio 1227) il Capitolo per la nomina del nuovo ministro generale. La maggior parte dei frati si aspettava l'elezione di frate Elia, ma non fu così. I superiori dell'Ordine scelsero frate Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e allora ministro provinciale della Spagna che proprio qualche anno prima aveva accolto Antonio tra i francescani.
Nel frattempo ad Antonio fu affidato l'ufficio di ministro provinciale per l'Italia settentrionale. Svolse questo incarico per circa tre anni, scegliendo come compagno e collaboratore frate Luca Belludi; iniziò la sua visita pastorale partendo da Trieste, proseguendo per l'Istria, la Dalmazia, passando poi in Friuli e successivamente in Emilia, in Lombardia e Liguria; fece anche alcuni viaggi verso Roma ed Assisi, chiamato per varie incombenze dal Papa e dai superiori.
Verso la fine dell'estate del 1230 si stabilì a Padova, come semplice frate, nel piccolo convento sorto accanto alla chiesetta di Santa Maria Mater Domini e da lì proseguì la sua attività di predicatore e sacerdote. "A volte neppure le chiese, pur vaste, bastavano a contenere la folla di ascoltatori e si doveva cercar posto nelle piazze, poiché venivano folle innumerevoli dalla città e dal contado, accorrevano cavalieri e matrone, vecchi e giovani, uomini e donne di ogni condizione, tutti desiderosi di ascoltare la parola di vita e di provvedere alla propria salvezza; anche il Vescovo con il suo clero seguiva devotamente la predicazione". Il quaresimale del 1231, che durò dal 6 febbraio al 23 marzo, per Antonio fu la sintesi mirabile del suo impegno apostolico: predicazioni e confessioni scandivano il ritmo delle sue giornate.
Dopo quei quaranta giorni di lavoro incessante, fiaccato nella parola e nel respiro da una forma asmatica, appesantito nel fisico dall'idropisia, muovendosi ormai così faticosamente che più volte dovettero portarlo a braccia, fu costretto a ritirarasi nel convento di Santa Maria Mater Domini. La sua salute, comunque, già precaria da alcuni anni, nelle ultime settimane ebbe un calo notevole e nessuno immaginava che la malattia l'avrebbe presto portato alla morte; tuttavia, Antonio presagiva interiormente l'approssimarsi del trapasso e, "per non recare dolore ai fratelli, celava la fine imminente".
In quel periodo, Ezzelino da Romano, già podestà e capo del popolo di Verona, da poco schieratosi con l'imperatore Federico II di Svevia e nominato vicario imperiale in Lombardia, volendo soggiogare al suo potere la città Padova che era molto più potente e ricca delle altre, riuscì a catturare e imprigionare senza tanti riguardi i rampolli di alcune famiglie padovane e tra questi c'era il conte Rizzardo di San Bonifacio. I rispettivi familiari pregarono con insistenza Antonio di fare un ambasciata per ottenerne la liberazione ed egli, seppur molto debole di forze, verso la fine di maggio del 1231, accettò di recarsi a Verona. Ma, sebbene Ezzelino l'avesse accolto con dimostrazioni di rispetto, a nulla valsero le sue commoventi preghiere e le parole evangeliche di invito al perdono. Il cronista Rolandino da Padova riporta nella sua Cronica che, nonostante la giustizia della causa, Antonio dovette far ritorno "in nullo penitus exauditus" (senza aver ottenuto nulla).
Questo viaggio fu uno dei suoi ultimi impegni rilevanti perché poi, sfinito dalla malattia, su consiglio e invito dei confratelli, si trasferì nel convento di Camposampietro tra la quiete e il verde della campagna. Il conte Tiso, feudatario del luogo e suo amico, poco distante dal convento, sui rami più bassi di un grande e frondoso albero di noce, gli fece costruire una piccola capanna nella quale poteva ritirarsi durante il giorno per pregare e riposare, al riparo del fresco fogliame; lo aiutavano a salirvi alla mattina, andandolo a prendere quando la campana chiamava i frati per gli obblighi comunitari e riportandovelo una volta terminati; soltanto all'imbrunire lo riaccompagnavano alla sua celletta, dove passava la notte.
Ma i suoi ammiratori ne scoprirono il nascondiglio segreto, cominciando ad affluire in massa ai piedi del noce per chiedere il conforto delle sue parole e la sua benedizione, mettendo così fine a quella solitudine. Compì molti miracoli e in particolare a favore dei bambini che spesso lo rallegravano coi loro canti ed erano a lui tanto cari.
Uno dei tanti casi è quello di una madre disperata che, recandosi da lui per chiedergli la guarigione del figlioletto, gli disse: "Vieni a salvare mio figlio che sta morendo, solo tu puoi ottenerne la guarigione!". Antonio le rispose: "Prega con fede il Signore, è lui il padrone della vita e della morte". E la donna, di rimando: "Lo so, ma se tu intercedi per lui, si salverà. È il mio unico figlio; l'ho atteso per tanti anni e ora non voglio vederlo morire!". Gli rispose il Santo: "Va' in pace, pregherò con te: Dio ascolta sempre le preghiere di una mamma!". Tornata a casa trovò il figlio che giocava, completamente guarito.
Tanta predilezione per i bambini, tra l'altro, è legata ad un episodio degno di nota. Una sera il conte Tiso, trovandosi a passare vicino alla stanzetta dove riposava il Santo, incuriosito da uno strano fulgore che da lì proveniva e pensando ad un principio di incendio, si affacciò dall'uscio: con grande stupore lo vide rapito in estasi, immerso in una nuvola di calda luce, mentre teneva tra le braccia un bambino di incomparabile bellezza. Quel bimbo era il Signore Gesù il quale nel frattempo rivelò ad Antonio che l’ospite li stava osservando. Dopo una lunga preghiera, una volta scomparsa la meravigliosa visione, il Santo fece chiamare Tiso e lo invitò a non manifestare l'evento a nessuno. Solo dopo il trapasso di Antonio, Tiso raccontò commosso quell'esperienza.
La permanenza di Antonio a Camposampietro durò fino a venerdì 13 giugno del 1231 quando, sceso dal noce per il frugale pasto comunitario, fu colto da malore; mentre veniva soccorso dai confratelli, intuendo che la sua fine era prossima, chiese di essere portato a Padova nella chiesetta di Santa Maria a lui tanto cara. Quindi, lo accomodarono su un carro agricolo trainato da buoi, dirigendosi poi verso la città e pregando i salmi dei morenti. Nel primo dei suoi Sermoni dopo Pentecoste, Antonio aveva scritto: "Fa', o Signore che possiamo morire nel piccolo nido della nostra povertà"; la morte non lo spaventava, dicendo che "la vita umana è simile a un ponte ma il ponte è fatto solo per il transito, non per la residenza" e che "il giusto è sempre pronto a restituire l'anima al suo Creatore, in qualunque ora gliela domandi. Chi è vissuto ed ha lavorato lungamente con la pace di Dio nel cuore, certamente muore nella pace di Dio... Come il bambino corre piangendo nelle braccia della madre, e la madre lo accarezza e gli asciuga le lacrime, così i santi si affrettano dal pianto di questa terra nelle braccia della gloria, dove Dio asciugherà tutte le lacrime da tutti i visi".
Camposampiero distava ad una ventina di chilometri da Padova e il viaggio, sotto il sole a picco, tra gli scossoni violenti sul lastricato della vecchia strada romana (oggi chiamata "Via del Santo"), avrebbe richiesto l'intero pomeriggio. Così, al tramonto, giunti ad un borgo della periferia di Padova chiamato Arcella, vedendo che la condizione di Antonio si aggravava, la comitiva decise di fermarsi e chiedere ospitalità al monastero delle clarisse. Lì venne adagiato per terra dove gli fu amministrata l'unzione degli infermi e, mentre la recita dei sette salmi penitenziali volgeva al termine, si unì ai confratelli mormorando "Ecco, vedo il mio Signore" e poi chiudendo gli occhi spirò. Aveva solo trentasei anni. In quel momento i bambini della città - così raccontano le memorie dell'epoca -, senza essere stati informati da alcuno, uscirono dalle case gridando: "È morto il Santo, è morto sant'Antonio!".
Purtroppo, come spesso avveniva a quell'epoca, ci fu un'aspra contesa per il possesso delle spoglie del Santo e si temette uno scontro violento tra i cittadini di borgo Arcella e gli abitanti della città di Padova. Questi ultimi, dopo lunghe trattative, appoggiati dal vescovo e dalle autorità cittadine, ebbero la meglio. Quindi il frate taumaturgo venne sepolto nella chiesetta di Santa Maria che era stata il suo rifugio spirituale nei periodi di intensa attività apostolica.
Un anno dopo la morte, il 30 maggio 1232, la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo santo. Infine, nel 1946, Papa Pio XII lo ha annoverato tra i dottori della Chiesa cattolica, con il titolo di "Dottore evangelico".
[ Convento dei Frati Minori Francescani Cappuccini di Varazze - 2012 ]