San Francesco d'Assisi
Quasi cieco, spossato dalla malattia, le mani e i piedi piagati dalle stimmate e dopo una tormentosa nottata trascorsa insonne su un pagliericcio preparatogli da santa Chiara, Francesco d'Assisi, il "giullare di Dio", ha dentro di sé ancora la forza, la gioia di esplodere nel più bel canto delle creature che mai sia stato composto. Il sole, la luna, le stelle, frate fuoco, l'acqua e il vento, la morte... per tutte queste realtà che fanno bella e amara la nostra vita "laudato sie, mi Signore", egli canta...
Francesco d'Assisi è lo "sposo di Madonna povertà", il santo che ha affascinato, con il suo fresco incanto, con quel suo spirito libero della libertà dei figli di Dio, uomini di tutte le latitudini e di tutte le fedi. Protestanti e cattolici, musulmani e buddisti, credenti e atei, messe da parte le differenze che li dividono, riescono a trovare oggi, o forse oggi più di una volta, nel suo messaggio di "Pace e Bene", un terreno comune di incontro e di impegno per porsi insieme al servizio dell'uomo povero e oppresso e al servizio della pace.
Francesco, figlio del mercante Pietro Bernardone e della soave madonna Pica, nacque ad Assisi nel 1182. Dotato di intelligenza e di buon gusto, di un fisico piacente e di una borsa sempre gonfia, non faticò molto, raggiunta l'età, ad imporsi come il re di tutte le feste. Però quando il clamore dei bagordi e dei canti si sperdeva nel silenzio della notte, nel cuore di Francesco penetrava un senso di annoiata sazietà e la voglia di dare uno scopo alla sua vita.
Credette di averlo trovato il giorno in cui si aggregò, armato di tutto punto e issato su uno splendido cavallo, all'esercito di Gualtiero di Brienne, impegnato in una delle mille battaglie che insanguinavano in quei tempi feroci le contrade di ogni città. Ma l'avventura durò poco. Una malattia lo costrinse a fare ritorno ad Assisi, mentre una voce insistente gli diceva dentro che era il "padrone" che lui doveva servire e non il "servo".
Scoprì presto che il "padrone" si celava nei corpi sfatti dei malati, dei lebbrosi, nei volti smunti dei poveri, e si mise a servirli, estraniandosi sempre più dagli amici e dai loro vuoti festini. Allora il "re delle feste" divenne il "pazzo". Il pazzo capace, il giorno in cui il Crocifisso di San Damiano gli disse: "Và e ripara la mia chiesa", di rinunciare a tutto: ricchezza, ambizione, superbia per sposare madonna povertà e per proporre a una società senza valori, i voti di "povertà, castità e obbedienza".
Dopo quella scelta radicale, compiuta a 25 anni, Francesco trascorse un breve periodo di vita solitaria ed errabonda. Ma un giorno in una pagina del vangelo, aperto a caso, lesse: "Andate dovunque e predicate dicendo che il regno di Dio è vicino... Non portate con voi né oro, né argento, né bisaccia, né scarpe, né bastone". Capì allora che il Signore non lo voleva eremita, ma missionario del vangelo. Ricoperto di un saio bigio stretto ai fianchi da una corda, Francesco prese a girare per le campagne e i paesi vicini parlando a tutti della bontà di Dio e dell'amore del prossimo.
Intanto attorno a lui si era formato un gruppo di ex compagni di baldoria, disposti a seguirlo nella sua affascinante avventura dello spirito. Con loro diede vita ad un ordine religioso, approvato da papa Innocenzo III nel 1209, che divenne uno dei più vasti e profondi movimenti spirituali della storia della chiesa.
La vocazione missionaria spinse Francesco ad avventurarsi nelle vie della Terrasanta, della Siria e dell'Egitto per recare a quei popoli, il messaggio di pace e bene. Ritornato in patria, si prodigò a metter ordine in "casa propria", dove il prodigioso sviluppo della sua idea aveva cominciato a creare più di un problema. Redasse allora una regola di vita, piena di saggezza, di libertà e di comprensione, che papa Onorio III approvò nel 1223.
Nel Natale di quell'anno in una stalla di Greccio, nella valle reatina, rivisse plasticamente la nascita del Salvatore, dando così origine alla commovente e suggestiva tradizione Cristiana del presepio. L'anno seguente, sul "crudo sasso" della Verna, ricevette le stimmate, sigillo della sua fedeltà a Cristo.
Ormai la malattia aveva minato inesorabilmente la sua fibra. Nell'autunno del 1226, il medico curante gli comunicò che la sua fine era ormai imminente. Francesco accolse la notizia esclamando: "Ben venga, sorella morte". Al vespro del 3 ottobre si era fatto distendere sulla nuda terra e aveva intonato il salmo che inizia con le parole: "Innalzo la mia voce al Signore per chiedere soccorso". I frati, in ginocchio, avevano cantato con lui tra i singhiozzi. Mentre il salmo volgeva al termine cessò di vivere: il giullare di Dio era andato incontro a sorella morte cantando. Uno stormo di allodole s'era poi posato sulla finestra della cella per dare l'estremo saluto a colui che aveva gareggiato con esse nel lodare "l'altissimo, onnipotente buon Signore".
Due anni dopo, il 16 luglio 1228, Francesco venne proclamato santo; nel 1939 Pio XII proclamò lui, il "più italiano dei santi e il più santo degli italiani" patrono dell'Italia.
[ Cfr. Vita dei Santi, P. Lazzarin - Edizioni Messaggero, Padova (1987) ]